FRYGT: un progetto da paura! Intervista a Chiara Borredon

FRYGT: un progetto da paura! Intervista a Chiara Borredon

Qui sul Comò il tema delle paure ci sta molto a cuore. Nel nostro salotto discutiamo sempre su come affrontarle, esorcizzarle, combatterle. Quando abbiamo conosciuto Chiara Borredon e il suo progetto fotografico FRYGT  ci siamo incuriositi parecchio. Abbiamo scoperto vari illustratori underground italiani e il loro modo di parlare di paure: le hanno disegnate, spesso in maniera ironica, addosso alle persone ritratte da Chiara. Ed è proprio con lei che stiamo per fare una chiacchierata!

Ciao, chi sei? 

Ciao! Sono Chiara, tanto piacere!

Cosa c’è nel tuo cassetto?

Nel mio cassetto molto in disordine ci sono una trafila infinita di meme, la voglia di tranquillità, dei calzini con pattern piuttosto imbarazzanti e veramente troppe fotografie.

Come è nato FRYGT? Ma soprattuto cosa significa questo strano e interessante nome?

Frygt è nato nella mia mente un pomeriggio, stavo parlando con dei miei amici e uno di loro ha chiaramente detto “sì ragazzi, ma io ho paura di morire domani, ho paura delle malattie io ho paura di tutto!” Mentre snocciolava tutti i suoi terrori ridendo davanti ad un caffè gliele ho viste addosso, quelle paure.

Frygt non è nient’altro che una parola danese che significa paura o terrore, la sua somiglianza con il “fright” inglese mi ha portata ad intitolare così il progetto!

L’unione fa la forza, come ti è venuta l’idea di coinvolgere altri artisti? Cosa bolle in pentola?

Avevo già provato a lavorare su un progetto “ibrido” con Alessia Panariello, una ragazza che studia arti digitali a Firenze: insieme avevamo creato “In Absentia”, un progetto sui vuoti e le assenze incolmabili, piuttosto pesante come progetto. Tuttavia, vedere i vuoti, ciò che non puoi materialmente fare in fotografia, riempiti dalle illustrazioni mi ha illuminato. Mi sono detta “okay, voglio fare un progetto con tanti illustratori diversi”, ed eccoci qui. Quello che bolle in pentola è che segretamente vorrei continuare alcune di queste collaborazioni, e crearne sempre di nuove. Sebbene non mi piaccia lavorare in “team”, ammetto che ciò che viene fuori a volte può essere strabiliante. Merito degli illustratori, che sono tutte persone bravissime e molto professionali.

Il tema principale del progetto è la paura. Qual è la tua paura più grande? Come puoi vincerla?

La mia paura più grande può sembrare una stupidaggine, ma sono i buchi. Si chiama Tripofobia ed è un trend nato in internet qualche anno fa, con tutte quelle immagini photoshoppate di ascelle bucate da cui escono cose orribili. La gente si divertiva a postarle ovunque ma a me davano veramente noia. Soprattutto se sono pattern di fori molto piccoli e ravvicinati l’uno all’altro, come le arnie delle api. Ci sto lavorando con impegno, tento di vincerla dicendomi “Chiara, sono soltanto dei buchi, non possono farti male.”

Inoltre, mi danno fastidio le persone calve: non so come mai, non scavate oltre. E per ultima ma non ultima, non sopporto assolutamente la socialità forzata. Sto lavorando anche su questa paura, creandomi una mia bolla di serenità dove sopravvivere quando sono agli eventi troppo social.

Immagina di portare FRYGT in un contesto ideale, dove i vostri obiettivi sono realizzati…Qual è il vostro sogno?

Sarebbe bello vivere effettivamente in un mondo dove nessuno ha paura di niente e vive la propria vita minuto dopo minuto, senza doversi preoccupare della morte, delle malattie, di combattere le blatte o dell’imminente arrivo degli alieni. È un po’ un’utopia forse. Il mio sogno, e credo sia quello di tutti i creativi in realtà, è poter continuare a fare quello che facciamo, e portare il nostro lavoro a quanti più occhi possibile.

I ritratti illustrati sono caratterizzati dallo sguardo frontale diretto e deciso. È un modo per far paura alle paure?

Sì, è anche un modo di affrontarle un po’ più indirettamente del solito: anche se le loro paure sono tutte intorno, i soggetti non sono presi dal panico. Vorrei che non solo i soggetti ma tutti quelli che guardano il progetto capiscano che farsi paralizzare dalle proprie paure è inutile, e che (mi piace il giro di parole con cui l’avete detto!) sì, bisogna fare paure alle paure stesse. Non sono tutte uguali ma una volta capita la loro radice, si possono estirpare: basta viverle con più serenità.

Grazie Chiara!

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