C’è anche un sacco di cielo | Lettere mai spedite

C’è anche un sacco di cielo | Lettere mai spedite

Cara Stella,
sono due mesi e mezzo che cerco di scriverti una lettera, e non ci riesco mai. Mi pare di non essere in grado di andare fino in fondo. Forse perché ogni volta che sento questo fortissimo slancio sono nel posto sbagliato, e senza penna ovviamente.

In effetti mi capita di pensarci spesso quando sono seduta in uno di quei maleodoranti autobus urbani con il naso incollato al finestrino (sì, esatto, che schifo). Guardo Bologna che mi scorre davanti agli occhi, i viali lunghissimi che non posso definire in nessun modo se non “verdi”, Porta Castiglione, i Giardini Margherita – sapevi che c’è una scuola lì vicino? Ogni volta che arriviamo alla fermata l’autobus si riempie di una babilonia di adolescenti con zaini, valigette di plexiglas e piercing, perché a Bologna funziona così, lo sappiamo pure io e te – la sorbetteria di Via Murri, i cartelloni pubblicitari su Largo Lercaro, e l’autunno ovviamente. Sarà per questo che penso a te; per via della stagione e per il fatto che non ci sei. O almeno è un’ipotesi.

In effetti sono abbastanza sicura che sia stata tu ad insegnarmi l’autunno, perché in autunno ti ho conosciuta, quando correvi da una parte all’altra ed era come non ci fossi mai ma ci fossi sempre. Te lo ricordi certamente com’è stato conoscersi.. strano, come quasi tutte le cose che ti riguardano. Tutto tra noi oscillava tra il disagio e l’intimità, l’aprirsi all’altra tracciando dei confini precisi, lo spazio che mi riguarda e quello che ti invade, come quando cercavamo di spazzarci reciprocamente via le nuvole da intorno alla testa – un gesto che non ha sempre avuto una grandissima utilità, perché a un certo punto mi sono accorta che quando rivolgevi le pupille in alto e sollevavi il naso con stupore, eri da disegnare ancora più del solito. L’ho detto due giorni fa a Beatrice: tu sei una persona bella, di quelle belle nel senso estetico del termine: dico che sei piena di ricchezze e particolarità, dai nei alle espressioni strane, dai maglioni spessi e caldi agli occhiali grandi e stravaganti.

Ma torniamo all’autunno, dicevo che devi avermelo certamente insegnato tu. Era autunno che arrivavamo in ritardo a lezione e perdevamo l’equilibrio in due sulla stessa bici, che ci trascinavamo con le buste della spesa pesantissime da una fermata dell’autobus all’altra (ed era pure domenica, ma non ce n’eravamo accorte in tempo), e mi ricordo che Piazza de’ Calderini iniziava ad essere un tappeto giallo quando ci portavamo due chili di mobili sulla schiena, ed era quel giorno in cui tu avevi bisogno di una frase magica, e quella frase magica te l’avevo detta proprio io.. e recitava più o meno così “c’è anche un sacco di cielo, non ci sono solo persone”.

Poi quello stesso giorno ci siamo conosciute meglio, sedute per terra a dipingere di giallo la cassetta della frutta – per la tua, di frutta, proprio perché conoscevi l’autunno meglio di me –  a parlare un po’ di noi, a dividerci un libro di Antonio Porta con i suoi viaggi sui fondali dell’anima, con i suoi guizzi di luce e lo sbattacchiare delle persiane e delle ciglia.

Più scrivo più mi rendo conto che scriverti (nel senso di scrivere di te) è una cosa complicatissima, perché ad effetto domino, come le ciliegie, un ricordo chiama l’altro, e ne viene fuori un collage di immagini e sensazioni che non riesco a sfoltire, perché sono tutte belle (sempre di quella bellezza estetica che va raccontata e dipinta).

Allora provo a tornare nell’autobus, in attesa che finiscano i ventiquattro minuti della mia tratta quotidiana, e a riordinare i pensieri e i ricordi: due tazze sul tavolo della cucina, come su un divano marrone di fronte a una finestra che si affaccia sull’Amsterdam residenziale del nostro secolo, un barattolo pieno di cioccolata da tazza con zenzero e altre spezie (scaduta da un sacco di tempo), i biscottini svedesi che hai preparato per la tua famiglia, un articolo sulla semiotica figurativa e plastica, il dripping di Pollock e le scarpe di Van Gogh, la cena di Natale e i secret santa, quella volta che sei entrata nella mia stanza e hai lasciato nell’aria un odore di incenso alla cannella. Infine, un elenco lunghissimo di ragioni per cui mi manchi e di cose che di te mi mancano: quando dicevi “ci sentiamo nei ‘poi’”, la musica in casa in qualsiasi momento della giornata, l’emozione dell’estate sul mio balcone che si affaccia sui Tribunali (con le tue candele fatte a mano), la vellutata di broccoli e patate, venire a bussare alla tua porta per un abbraccio confortevole, azzannarci con una serie di battute pungenti, fraintenderci e poi comprenderci oltre, l’odore del curry, la tua calma placida d’inverno ed esperienza, le banane al mattino (ovviamente). Il tuo raccontarti sempre, anche quando non volevi davvero raccontarti o non ti accorgevi di farlo, perderci insieme in una strada qualsiasi molto vicina a casa, la tua ironia e anche (sì, persino) le tue battute fuori luogo – in aggiunta al fatto che non ti preoccupi mai di essere fuori luogo. La tua camera da letto, con le candele accese, il blocco da disegno e quell’energia dei quadri che convergono verso l’alto, i colori acrilici (soprattutto il bianco) e la china, le foto strane appese in posti improbabili, il sale rosa dell’Himalaya (che non è rosa vero, è rosa colorato), lo zucchero di canna grezzo dentro allo yogurt col melograno, Amanda Lear, il modo in cui affondi il tuo cucchiaio nelle ciotole e il fatto che mangi solo dentro alle ciotole. Il fatto che non insegni solo l’autunno, ma tutte le stagioni, il verde petrolio e i brillantini sulle palpebre, le lamentele sugli esseri umani maschi, e  i vezzeggiativi  o i diminutivi utilizzati rigorosamente nell’imbarazzo. Sapere che sei sempre di corsa su una bici anche quando contempli il mondo a testa in giù, e che compri solo verdure colorate.

Insomma, tutte le cose che sono casa, anche adesso che casa è in un altro angolo di mondo. Anche adesso che mi illudo che tu sia ancora qui accendendo quell’incenso alla cannella che mi hai lasciato in una scatola di latta, anche adesso che ci spingiamo l’un l’altra a correre verso le nuovi stagioni della vita e ci auguriamo di non sprecarci per paura di viaggiare.

Eccomi che sono ancora sull’autobus, e mi convinco che la città non sia vuota solo perché manca un pezzo della città, e per rendere più realistica la sensazione metto su la playlist che stiamo riempiendo insieme, perché è una cosa bella anche questa e anche il fatto che finché la riempiremo saremo in vita, e quando la finiremo il peggio sarà passato. Come quando abbiamo tirato un sospiro di sollievo ed era ormai maggio che gli studenti iniziavano a “distruggere la città e le statue degli dei”, stavamo iniziando a finire gli esami e ad avvicinarci al futuro (quello vero), che come tantissime cose della vita prevedeva un saluto, un epilogo un po’ strappalacrime. Tanto a realizzare che sei partita ci vorrà ancora un po’, perché pian piano sei nei gesti che faccio e in alcune delle cose che sono diventata.

In questo caos di impegni, stress, malumori, in questo vortice di cambiamenti, di corse a caccia di libri, di sforzi e sudore, in questa gonna rotonda che gira velocissima e mi fa perdere l’equilibrio, e mi fa ridere di malinconia, c’è una panchina, anzi no, una strada lunghissima, quella che passeggio in lungo e in largo chiudendoti nel calore tra maglione e giubbotto. Ed è arrivata la mia fermata, e quasi l’inverno.

E ti verrò a trovare ancora.

La mia firma è in ogni parola

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