L'anno che arriva senza fretta e con la fame: i bilanci di Maria Elena

Tutte le cose che non so e tutto il diritto di non sapere niente: così vorrei riassumere il duemiladiciannove e tutte le sue onde di diversa intensità, ciascuna delle facce che mi ha mostrato e la sua violenta verità, così banale eppure, probabilmente, così necessaria.

Quest’anno ho preso moltissime rincorse e una buona dose di spaventi, le mie paure in braccio e i biglietti aereo per volare in posti che forse non conoscevo per davvero e che si meritavano tutti gli sguardi di cui ero capace, anche quelli pieni di paura.

Quest’anno ho camminato convinta di avere avuto persino troppa felicità per una vita sola e ho accelerato i passi pensando che non esistesse una sola verità quasi mai e che per ogni situazione ne potessero esistere molte; mi sono schiantata, prendendo il volo, dalla felicità più alta alla paura più paralizzante, quella che spetta a chi cerca, con fame e sete, di trovare sé stesso e il coraggio di autodeterminarsi.

Ho trascinato, stiracchiandola sempre, la mia pace anche dove pace non c’era, costringendo ad un sorriso forzato le molte ore dure della mia giornata, e facendo appena in tempo a far rilassare il mio cuore prima di andare a dormire. Mi sono trovata così, un giorno d’agosto, tutta contratta, callosa e piena di ulcere, con la resistenza pronta sempre sulla punta della lingua e neanche la speranza di fallire, chiedendomi di incassare tutti i colpi possibili e di collassare al più su me stessa, di non essere meschina col mio dolore che friggeva e di non scaraventare addosso agli altri le pietruzze che mi piovevano addosso quando seccava l’aria e la pioggia sembrava grandine.

Ho riempito tante valigie e le ho spedite in un altro dove col quale ho fatto a pugni a più riprese, pur avendolo tanto implorato di esistere, e forse avendogli inconsciamente chiesto di mettermi alle strette. Ho deciso che volevo chiudere di nuovo le tapparelle e mettermi in quarantena, rannicchiarmi come un feto nel freddo della mia nuova città e sperimentare la pioggia, l’inverno dentro l’autunno e la solitudine. Ho raccolto la forza per rimettere in carreggiata qualche desiderio, ho passeggiato molto e qualche volta mi sono sentita a disagio. Ho ascoltato, ho provato ad ascoltare, e ho desiderato soffrire. Di questa vita, in questa fetta di anno, ho accettato la faccia più problematica e triste, quella di giovedì un poco bui e di molte cose da fare, quella del correre da una parte all’altra per fare commissioni quotidiane, quella del rallentarsi di proposito mentre tutti i carrelli della gente nei corridoi, tra i surgelati e i saponi, stridono nel loro attrito col tempo.

Ho rivendicato, all’improvviso, il diritto di non sapere niente. Di non voler essere oracolo e serbatoio di risposte giuste e azzeccate. Ho cominciato a perdonarmi di aver digrignato i denti e ho rimesso in manutenzione cuore e mani, vuote ma pronte.

Eccomi: ho ceduto alla bellezza, mi sono arresa all’ingenuità dei desideri e al bisogno di commettere dei peccati, di sovrapporre toni di voce, di fare esperienza di più sogni, di fare più larghi i sogni e più corta la vita. Per ogni stagione ho avuto della musica, rigorosamente condivisa e con una data di scadenza che mi ricordasse sempre che c’è un tempo per ogni cosa e ogni cosa deve fare il suo tempo. Non c’è forse niente che non sia rinnovabile e che non possa prendere nuove forme, ma bisogna lasciare che la vita, insieme a noi, impasti le sue magie, i nostri sogni e collabori con noi alla realizzazione di qualcosa.

Trovare il coraggio di fare: questo l’ho imparato nella paura più puerile. Fare il meglio con le risorse che ho a disposizione e non arrabbiarmi se il meglio non è uguale alla vittoria, perché esiste anche il gusto della sconfitta, che è un sapore diverso dagli altri e che mi ha dato molto su cui lavorare e nuove cose da masticare fino a questa doppia cifra che fa sorridere.

Chi sarò nel Ventiventi? Non ne ho la minima idea! Sono cambiata almeno tre volte in dodici mesi, e ho riempito la borsa di domande a cui cercherò di dare delle risposte, mi sono sentita me stessa e poi estranea a me stessa, ho sentito estranei a me gli altri e mi sono intrattenuta in conversazioni che avrei voluto evitare. Le nuvole non mi hanno dato un attimo di pace: ho continuato a insistere, a chiedermi cosa ne penso, a chiederlo a chi avevo intorno; ho preteso la loro esistenza nella mia vita e sperato nella risposta del tempo, che il tempo passasse nello spazio di quelle conversazioni.

Non ho imparato a fare le liste, ho continuato a scrivere lettere, sono stata prima molto audace e poi molto banale, sperimentando della banalità il suo modo più umano di invadere le persone, ho messo molto in discussione verità date per scontate e mi sono interrogata tanto, cercando invece di fare un po’ di spazio ai dubbi. E’ dei dubbi che sono diventata ricchissima, nel mio continuo “domandasi” tra navigli grandi e piccoli, in missioni improbabili da portare a termine in tempi record, in spazi verdi tutt’occhi, attraversamenti con semaforo rosso, e tentativi di lettura della ciclicità della vita e di quello che ha bisogno di dirmi.

Quest’anno mi è sembrato di perdere tante cose e alcune persone, di arrendermi oltre che alla bellezza anche all’incomprensibilità di fatti complicati. Ho rimediato scrivendo e andando a passi più lenti, per non perdermi i microdettagli delle lezioni che devo interiorizzare. Ho cercato di ammettere, con l’aiuto di Cortázar, che non possono esistere o durare ponti con un piede solo, ho fatto ricerche approfondite per trovare la forza di decidere per il mio bene e per superare le partenze di tutte le persone che dovevano partire per il loro di bene. Ho potuto guardare la luna dall’altra parte, oltre le grate e sopra al mio comodino, piena di sé e piena di me. Quest’anno qualcuno ha camminato sul mio cuore, e io per prima mi sono fatta abbracciare dagli avvenimenti più spietati: quelli insipidi. Quest’anno mi sono fermata per prendere fiato, dalla fine dell’estate fino alla soglia di ottobre: ho deciso di non correre frettolosamente a riaggiustare la mia felicità con le cose sbagliate, con passanti, venti passeggeri e vanità. Mi sto lasciando il tempo di guarire da alcuni infortuni e di concedermi di gustare le cose buone della vita come valori aggiunti e non come toppe e stoffe che tamponino i dolori del momento.

E nell’anno che verrà riempirò la mia dispensa, le mie domeniche, il nuovo armadio della mia vita, una stanza da letto in cui monterò mobili, un balcone in cui prendermi cura con costanza e tenera dedizione delle mie erbe aromatiche e della mia frangibilità. Nell’anno che è già qui mi occuperò di diventare la persona più affezionata a me stessa e la più intima compagna delle mie fantasie, delle curiosità che ancora e ancora so che mi faranno cedere alla bellezza, che mi ispireranno altre lettere e forse altri libri. Nell’anno che mi sta entrando qui in casa, passando per l’ingresso e sedendosi sugli scatoloni del mio trasloco, prenderò il sapore e ne farò pasto quotidiano anche quando sarà disposto a cambiare e a cambiarmi. Comprerò asciugamani nuovi per avere altri ospiti, fiori freschi e da seccare, musica da imparare e un buon libro che sappia parlare di mare. Dell’anno che è stato terrò questo: il mare che non cambia e che pure con tutte le sue onde è la mia casa stabile, la mia gioia, il perdono che aspetto a ogni tramonto disposto a riaccogliermi, l’unico amore che non posso lasciare perché mi è inscindibile, che niente mi accomoda e tutto mi perdona. Terrò la mia prima cosa bella, aspetterò che batta le nocche sulla finestra della mia stanza, nella parte sud di una gelida Milano dove abbiamo di nuovo speziato il vino insieme, dove ci siamo attesi e sorpresi, dove (e dovunque) ci saremo sempre e non ci lasceremo mai, fino alla fine dei nostri giorni. Di un diciannove andato stringerò al petto la sciocca ansia che mi ha svegliato presto la mattina facendomi chiedere al mare, con la coda tra le gambe, se avrei rivisto il mio monte alto e infuocato, nella sua preziosa solitudine, chino sulle note, abbracciato alla sua chitarra. Mi porterò la domanda più bruciante delle domande di queste ultime ventotto settimane: si può rinunciare a un altro giorno di sole?

Vi prescrivo paura ed entusiasmo insieme, che siano sempre cose pronte nel vostro cuore, perché sono, evidentemente, utili a crescere, a cambiare e a diventare qualcosa che abbia significato. Vi ordino severamente di non avere timore ghiacciante di perdere il vostro sentiero.  Vi chiedo di fare attenzione, nell’inevitabile necessità che la vostra testa e la vostra anima hanno di confondersi non dimenticatevi che anche quando non sentirete più voi stessi ci sarà qualcuno che sa che siete da qualche parte: siate quel qualcuno, siatelo insieme alle persone che vi hanno intese profondamente e che mai potranno mettere in dubbio l’esistenza della vostra luce. Vi auguro con tutto l’affetto possibile di riconoscere altre persone, perché riconoscere gli altri sarà come essere rimessi al mondo per la prima volta e vi farà dire “non mi sento così da cent’anni”. Fate la spesa sempre e rigorosamente come capita, con la cura e la passione o con la fretta e la fame, scegliete bene la vostra musica e spendete alcuni risparmi in cose che restano: più esperienze e meno mutui, più consapevolezza e ricerca, libri che vi riempiano di dubbi e che vi spieghino qualcosa di altre porzioni sconosciute del mondo. Abbiate sempre cura di essere la vostra stessa isola felice ma di non vivere mai in una bolla, sia sempre a portata di mano la certezza che le vostre decisioni sono importanti per voi stessi ma anche nel mondo. Siate creativi, il vostro tempo sia pronto a tradursi in cose da realizzare e in nuove tele da dipingere. Siate onesti con voi stessi e non spaventatevi dei cambiamenti, date ai cambiamenti il tempo di piacervi, di farsi conoscere meglio e di essere buoni colleghi per la vostra missione.

Schiacciate tutti i vestiti in uno zainetto, perché ora il bagaglio a mano Ryanair si paga a parte, imparate a cercare i voli con la navigazione in incognito altrimenti qualcuno vi sgama, i prezzi si alzano e nessuno più viaggia e nessuno più cresce. Ricordatevi che le uova hanno gusci di sfumature diverse ma rotte in padella con l’olio che sfrigola, sono tutte uguali. Filtrate l’acqua del rubinetto, perché trasportare le casse vi fa venire la scogliosi, l’ernia o qualche altro male che potrebbe distruggere l’universo. Imparate a piegarvi da soli le lenzuola oppure fate in modo che la persona che tiene l’altro lembo sia quella con cui riuscite a ridere di più e a sentirvi voi stessi. Uscite subito immediatamente seduta stante dalla vostra comfort zone: tutti i motivational coach che conosco dicono che serva a qualche cosa, io non ne so moltissimo ma per il momento ci ho guadagnato dei nuovi amici, un nuovo modo di sorridere e un altro dove in cui poter tornare. Craccate Spotify premium o fatevi una premium famiglia che vi consenta di averlo sempre sul cellulare: senza la musica siamo persone meno emozionate e l’emozione è una cosa importante in questo mondo. Stesso suggerimento per Netflix, che non sostituisca mai il cinema che a pochi euro vi fa divorare i dettagli delle vecchie e delle nuove pellicole. I concerti ormai costano poco se li sapete scegliere: andateci e se ci portate qualcuno che sia la persona con cui potete bere bene e pogare meglio. Ricordatevi di portare dietro le chiavi di casa: potete essere anche capaci di viaggiare a piedi scalzi ma state attenti a sapere come riaprire la porta per tornare dalle persone di cui avevate bisogno da piccoli. Tenete a mente che avere una famiglia che vi ama e che vi sostiene non è per niente scontato, qualche volta chiedete alla mamma come far venire morbidi i maglioni di lana lavati in lavatrice e a papà di venirvi a prendere dalla stazione quando vi capita di tornare: ho imparato in questo tempo che molto spesso la loro gioia si accende quando abbiamo bisogno di loro.

Amatevi molto e siate gentili con voi stessi quando necessario ed esigenti quando inevitabile. Se abitate in una città grigia, imparate da che parte si comincia per colorarla, e portatevi dentro quello che serve e quello ch’è bello per scrivere un destino buono per voi stessi. Non fate che la vita vi capiti, fate le cose che desiderate come se respirare non potesse durare per sempre – voci di corridoio dicono che sia in effetti così che funziona. Continuate a leggere le mie lettere perché ciascuna è per voi e ormai più nessuna appartiene solo a me. Infine, se vi perdete, se siete confusi, se avete la nausea e la paura dei mostri sotto al letto, scrivete lettere a voi stessi, chiedetevi, prima o poi, di tornare, di esservi sufficienti e di essere felici avendo sempre fame di felicità.

Vostra sempre, senza risposte,
Maria Elena

Bilanci Maria Elena Comò Mag.

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