“Cara Francesca, il nostro viaggio lunghissimo”

“Cara Francesca, il nostro viaggio lunghissimo”

Cara Francesca,

ripescandoti dalle cose finite ti scrivo, anche se non ti troverò e ripenso camminando indietro alle uniche cose che non ti ho dichiarato anche quando non ti restava che ascoltare qualche confessione, qualche mia fantasia. Ripenso a un desiderio, allora. Ecco, te lo racconto.

Quello che avrei voluto fare io con te, era un viaggio lunghissimo.

Sai di quei viaggi che non chiamano in causa valigie né stazioni? I viaggi in cui riempi un solo zaino e ti metti in macchina, senza sapere esattamente quante ore siano tutti quei chilometri, senza sapere quanti autogrill incontrerai – soprattutto senza sapere se siano davvero posti magici e malinconici – e senza sapere chi hai affianco. Muovendoti, insomma, nell’imbarazzo dei primi chilometri, che con ogni probabilità potrebbero coprire almeno le prime due ore di percorso e qualche litro di benzina.

In questi casi penso che mi avrebbe potuto salvare dalla fine con te giusto un po’ di curiosità in più, che avrei potuto scoprire grandi cose se avessi avuto più dubbi. Tu dicevi sempre una cosa speciale, come tutte le tue cose: la curiosità verso gli altri è una profondissima forma d’amore – ma, è vero, forse ti ascoltavo poco.

 E intanto penso che di un viaggio lunghissimo con te, avrei voluto sentire il sapore, per scriverlo almeno, perché a raccontarlo a voce non sarei stato sicuramente bravo. Che poi sarebbe stato sicuramente un sapore diverso per ogni giorno – ad essere tirchi, perché come minimo ad ogni posizione del sole avresti cambiato umore e capovolto il clima (perché tu sei lunatica e lo sai) – e mi immagino d’anguria sicuramente nella maggior parte dei momenti, e d’agosto o di un luglio che sembra agosto, come dici sempre tu quando parli di quel giorno in cui ti ho baciata dappertutto piangendo e mi hai detto guardandomi “non ho mai fatto l’amore vestita”.

Ma andiamo per sensi, la facoltà d’immaginazione è un gran dono: per l’odore ho scelto quello della sabbia – che non sempre è lo stesso del mare – e anche per il tatto, ma nello specifico mi riferisco alla sensazione di bruciore che hai quando alle 13, col sole alto, la spiaggia ribolle come lava. E in questa sensazione, sai, ci ho immaginato sempre la macchina, ma sul motivo dell’andare più che su quello del tornare, perché se penso al tuo calore corrosivo lo associo a quando di buon umore tagli il nastro d’inaugurazione di qualcosa che sai già cambierà tutto e per sempre. Allora, capirai bene, che l’andare, per questa volta, è molto meglio del tornare, perché non scegli una canzone che ti piace, ma accendi la radio e ascolti quello che ti capita, correndo il rischio che possa piacerti una nuova canzone – un po’ come quando ti sei innamorata di quell’altro.

Ho parlato di sapore, odore e tatto, ma ho involontariamente chiamato in causa l’udito, perché quello di quando mi hai mollato – e io nonostante tutto non mi ero proprio accorto che non mi amavi più – è stato un rumore fastidiosissimo, almeno quanto lo era per te quello che sentivi provenire dalla tua caviglia, che si trascinava dietro da troppo tempo il peso di quello che restava di noi. Il rumore che diceva Prévert –  o Proust, non so – della felicità.. “l’ho riconosciuta dal rumore che ha fatto andando via, era una cosa del genere vero? Tu dovresti saperlo.

Insomma, non mi resta che la vista: di questo viaggio lunghissimo che avrei voluto fare con te conservo un ricordo stupendo, una polaroid scaduta e quindi dalle tinte un po’ troppo sature e dai colori innaturali, in cui tu guardi da tutt’altra parte rispetto all’obbiettivo, e io, invece, guardo proprio te, guardo ancora te.

Tuo come i ricordi e nient’altro,

Luca

lettere mai spedite

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