Cara libertà, di me e te vicine nel mare| Lettere mai spedite

Cara libertà, di me e te vicine nel mare| Lettere mai spedite

Carissima signorina Libertà,

ti scrivo dalla fermata sbagliata del treno in cui mi sono infilata per caso, – o per dovere, come preferisci. Ti scrivo perché quando devi viaggiare e non verso casa, non ti senti mai in orario e credi di aver dimenticato di spuntare cose importanti dalla lista, allora colmi il vuoto del tempo tra partenza e arrivo scrivendo cose che ti sei ripromessa di dire.

Prima di cominciare questa nobilissima attività, per la quale di solito non mi preparo molto se non allungando un braccio verso gli occhiali da vista, mi sono fermata in uno dei miei soliti lampi e ho pensato che c’era qualcosa che avrei voluto scrivere con una certa lucidità e che dipendeva solo da me farlo o meno; ma poi non sapevo nemmeno se tu mi avresti letto come mi hai letto quella volta in cui mi hai fatto i complimenti, quindi il pensiero mi è sfuggito di mano e di quel “qualcosa” è rimasto “niente”. È sempre più stimolante scrivere sapendo che qualcuno ci potrebbe leggere, soprattutto quando – come me – ti dedichi a una scrittura pseudo-intima, con un destinatario ben preciso ogni volta, ma con molti lettori che si sentono destinatari.

Ho appena superato Pescara. Fino a questo momento una grande fetta di mare mi si è spalancata davanti, ma non ho il posto vicino al finestrino, quindi non ho potuto apprezzarla come mi succede di solito, quando a fare i biglietti sono io personalmente e posso scegliere quindi della mia sorte. Comunque, tornando al mare, mi sembra giusto dirti che, visto di sfuggita mentre mi corre accanto, neanche il tuo è un cattivo spettacolo, è solo più invernale… ma a me piace. So cosa stai pensando, che non apprezzo il calore della mia terra che con il rintocco domenicale delle campane mi chiama a gran voce e balla per me una tradizione forte, scottante e dalla storia controversa. Mi sembra di aver capito che tu sei fatta così, hai il cuore che cammina, andando avanti e indietro, sulle pietruzze laviche che da un certo punto in poi devi calpestare se vuoi arrivare al cratere del Vesuvio. E dev’essere un’anima rara e speciale la tua, chiaramente diversa dalla mia, perché per immaginarti una vita felice, stando seduta nella crepa che sta a metà tra una pericolosa possibilità e il mare, devi essere decisamente sopra le righe.

Non fraintendermi, al di là della tua scarsa paura dei domani e delle eventualità scomode, ci sono molte altre cose che rendono la tua anima speciale; il cuore sempre pronto, per esempio, che non aspetta neppure le domande e già ad alta voce risponde con spirito di protesta e con la rivoluzione sulla punta della lingua, oppure il sorriso insieme alla risata, l’uno brillante e infinito fino a socchiuderti gli occhi, l’altra fragorosa e mai figlia di qualche sforzo. Poi ci sarebbe il viaggio, che ti porti dentro e che evangelizzi al mondo, – e non te ne accorgi, perché lo dici poco ad alta voce, ma io per esempio da quando ti conosco ho ancora più voglia di viaggiare e rischiare in nome della gioia – ma anche la bontà, genuina, reale, mai schiava dei convenevoli e delle formule di cortesia… una bontà vera, insomma.

L’aggettivo “vera” mi porta a un’altra delle ragioni per cui la tua è un’anima rara, appunto la verità: è tua, del tuo vivere, del tuo pensare e soprattutto delle azioni che ragioni – e spesso non ragioni – e delle direzioni a cui guardi. Sei vera, quanto è vero il fatto che sei impulsiva, che parli spesso a voce molto alta e che hai occhi scuri.

Conoscerci è stato un attimo e, se ci ripenso è andato più veloce di quanto facciano solitamente gli attimi. Eppure ci siamo ritrovate sulla stessa scala, sul finire di agosto, a chiederci l’un l’altra se fosse certo che la meta fosse alla fine della salita.

È una cosa che succede solo alle anime: ci si riconosce, e all’improvviso ridiamo del fatto che io ho preso il the e tu i biscotti, e nessuno sapeva si dovesse fare davvero merenda. Succede alle anime di sentirsi senza parlarsi ma di accelerare per incontrarsi. Mi sono segnata su di un foglio le scoperte migliori della vita, e insieme le cose da finire entro l’anno… tra le tante quel libro di cui hai parlato un sacco quando sei venuta a trovarmi, “Camere separate”, un titolo che è metafora puntuale di quello che ci sta succedendo.

Spesso abbiamo tentennato, ci siamo sentite affaticate, talvolta mi hai minacciata di tornare indietro, e altre volte ancora mi hai urlato di andare più veloce. Le tue parole sono quelle di una madre o una sorella, e ora rivedo affianco a me, in questo sedile vuoto, di un treno che scende e scende verso un altro mare, la tua anima bella che non fa più fatica a brillare. Mi sembra di averti detto io stessa di prendere la rincorsa verso un altro caldo sud, quello dei sogni che ti stanno aspettando, e dei libri che non hai ancora letto.

E credo sia tutto, pur essendo certa di aver scordato di scrivere cose importanti o di non avere altro spazio. In sintesi: hai un sorriso speciale, ho tagliato il traguardo anche io un po’ con te, spero di rincontrarti.

E un’ultima cosa: non mi mancherai affatto, perché per le persone come noi non esiste il tempo, e alla prossima fermata scenderò a fumare una sigaretta, sotto il braccio Elena Ferrante e di fronte te che ridi, col basco nero sulla testa, anche in primavera.

tua quanto tu mia,

Amarillide

Lettere Mai Spedite Comò Mag.

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