Cara musa, delle possibilità che ho dissipato | Lettere mai spedite

Cara musa, delle possibilità che ho dissipato | Lettere mai spedite

Cara musa, vittima dei venerdì sera e del carisma dei luoghi affollati, è tardi per scriverti?

Il tuo ricordo, come una sorpresa nel giorno del mio non compleanno, è tornato a me suonando al citofono. Il citofono di casa mia è rotto da mesi, la padrona di casa è troppo ricca per non dimenticarsi delle mie lamentele, che come dicono tutti da gradi patrimoni derivano grandissime preoccupazioni; e in effetti lei se ne sta abbastanza per le sue a fare niente, come me che me ne stavo ieri, in una domenica pomeriggio uggiosa, ad assecondare la mia pigrizia dentro casa, mentre il tuo ricordo era fuori dalla mia porta, ai piedi di questo maestoso palazzo signorile, all’angolo di una strada non importante.

E’ stato proprio un caso che io lo abbia trovato lì fuori dalla mia porta, sai? Sono uscito anche se non era nei miei piani, perché come tutte le volte che devo cucinare qualcosa di più complicato di una pasta asciutta, mi rendo conto che non ho assolutamente tutti gli ingredienti. Sono allora sceso giù per le scale, e il tuo ricordo era lì in attesa, seduto sui gradini della chiesa dall’altra parte della strada.

Non mi sono dimenticato di te.  E me ne sono accorto subito, appena ti ho vista nel vento di questa stagione indecisa. Tutte le immagini come un fiume sono tornate alla mente con un dolore intenso, un rammarico di cui non so che scrivere cose banali. Perché il rammarico è così: banale. Se non hai avuto il coraggio di diventare chi volevi ti meriti di essere quello che resta di te, gli avanzi di un’ipotesi spiata in punta di piedi attraverso le grate di una finestra quasi aperta.

Ti ricordi quando mi hai chiesto se mi andava di fare un viaggio con te in macchina? Ti dissi che i viaggi in macchina mi annoiavano ma che potevo solo immaginare quanto sarebbero state diverse delle ore lunghe se ci fossi stata tu a scegliere la musica. Eppure non ho mai fatto nemmeno la valigia. Marzia aveva organizzato un pranzo impegnativo e sontuosissimo con tutte le persone a lei più care, le persone che voleva salutare prima di partire per la Francia. Come facevo a dirle che io dovevo andare?


E tu lo capirai, perché sei una di quelle che invece il coraggio di decidere di “andare” l’ha avuto, ma mai hai disprezzato chi non riesce. Allora sei andata, in ogni caso e comunque senza di me che sono rimasto a casa e che, anche se Marzia partiva, io non mi degnavo di cominciare il mio viaggio.

Sono anni che sono arrabbiato con te. Sono anni che faccio finta di aver dimenticato quella parentesi di vita, che dico a chi mi ricorda di quegli anni “ma sì, una cosa totalmente priva di senso”. E bada bene, perché nel mio mentire non ho mai il coraggio di dire stronzate troppo grosse e parlo di una meraviglia priva di senso e mai di significato. Ma comunque nessuno ci fa caso, non tutti stanno attenti alle parole.

Amore, di rimpianto e acqua termale si vive. Si vive ridendo di quel che non è mai stato, e si infiacchisce l’idea preziosa della possibilità, insultandola semplicemente, giustificando che non era affatto cosa nostra, e ad essa si supplica pietà; di non affascinarci con il suo fascino le si chiede, un fascino che non si esaurisce nemmeno – a quanto pare – al momento in cui si sono verificate le conseguenze del tempo sui corpi. Non lo si chiama rimorso, perché sarebbe banale per chi tra chi ci ascolta ha letto tanto nella vita, eppure se lo si chiamasse rimorso si toccherebbe ancora l’inesauribile, perché per chi legge tanto alcune parole non smettono mai di avere potere e mistero.

 È come nella magia di quelle sere in cui il caso diventa fato. È come quella volta che Gigi ha preso la metro e dopo tre fermate era inspiegabilmente nel posto giusto, ma non ha fatto niente. Esiste un ricordo di noi che ci ricordiamo di esistere, esiste una canzone che abbassa la forza del sole al livello del mare e lo fa diventare pomeriggio pigro e blu in un ventidue luglio, esiste la nostalgia tenera delle cose che abbiamo detto quand’eravamo acerbi e le cristallizzazioni che teorizzava un francese sul parquet del tuo piano di sopra, esiste il ricordo di quelle panche che al buio sembravano niente perché se ne stavano di fronte all’incalcolabile.

Di quel rammarico rimane la promessa, di quando si è detto “pensavo fosse una poesia” e di quando mi hai risposto “no, ma se vuoi ho una matita”.

Tuo Gigi

cara musa Comò Mag

Scopri le altre Lettere mai spedite.

Leave a Comment