Ai cari limiti e alle minacce | Lettere mai spedite

Ai cari limiti e alle minacce | Lettere mai spedite

Ti vorrei dire tante cose e non so dirti niente.

Scorrono scuole, supermercati, mercerie, baretti con i neon dello scorso secolo, scorrono tutti contro la mia guancia, quando mi appoggio per l’ennesima volta a questa finestra. Correndo sempre il rischio di insultarti, in questo momento che di felice ha poche cose, mi riservo molto spesso di annotarmi cos’è di te che amo perché sia almeno una possibilità quella di sentire un giorno, non troppo tardi, la tua mancanza. Non è mai senza aria brillante che si raccontano gli aneddoti della propria vita passata e io nella mia ti ci vedo, con il tuo fascino internazionale, le tue aspirazioni, la libertà che offri a prezzo d’inflazione, il “tutto è possibile” e il “non ti annoi mai” – ragionando ancora su cosa ci sia di brutto nell’annoiarsi. Mi piacciono i tuoi spazi verdi, sono molti e mi sostituiscono i polmoni, che da due mesi vanno come un motore ingolfato. Mi piacciono gli spazi verdi nei tuoi occhi, che sono i tuoi occhi del tutto e ragione sufficiente per sorridere. Mi piacciono anche i colori che ti garantisci tutti i giorni, perché sul grigio risaltano ed è il grigio a ricordarmi ogni tanto che esistono. Mi piacciono le persone che ti somigliano, perché sono quelle che meno mi conoscono e al tempo stesso non mi piacciono, perché mi aggrediscono. A furia di non impormi e non raccontarmi sono diventata una pagina bianca e mi sono vomitata addosso, ho fatto tardi spesso e appena in tempo mai. Ed ecco, sono moltissimi giorni che arrivo in ritardo, che sono inadeguata alla situazione che mi circonda e che situazioni prima tutte mie ora sono come continenti stranieri in cui cammino col freno a mano tirato e il singhiozzo – mica di sazietà o di ubriachezza, solo d’inceppamento. Insomma io ipotizzo senza troppo sforzo che tanti siano stati più bravi di me nella scelta, nella fortuna e nel gioco dei momenti perfetti, che abbiano preso almeno una volta l’aereo giusto, che abbiano dato più del silenzio ai bambini, più dei balbettii incerti agli spazi verdi dentro agli occhi degli altri. Sono quasi sicura che qualcuno, più in forma, con più battute di caccia in curriculum, con l’anima più piana, abbia saputo non pensare e abbia deciso di divorare. Ma è pure vero che il limite più grande che di me conosco da qualche anno è quello di non saper fare cose senza bellezza, e forse per questo da un po’ non faccio cose quanto vorrei, ma sto come prendendo la rincorsa per dei tuffi.

Tu sei così, neppure tanto in attesa, semplicemente da un’altra parte – tutte le volte – e tutte le volte a farmi consumare il petto che non brucia ma si restringe perdendo respiro e sangue, perdendo sogni. Io invece non sono affatto perché mi sono regalata il pregiudizio e ora lo sto mettendo via, insieme a un sacco di altre cose che segnano il bisogno di non prendere direzioni, l’assoluta certezza di dovermi dare tempo e di dovermi innamorare almeno un po’ di quello che vedo. E sto imparando l’alfabeto dell’attesa, le necessità della pazienza e la capacità di essersi fedeli e riscoprirsi anche in terre inospitali. Sto imparando a rispettare i silenzi, soprattutto i miei e a non dirti tante cose ora che non so dirti niente.

Ai cari limiti

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