Caro amore, cose che dimentico | Lettere mai spedite

Caro amore, cose che dimentico | Lettere mai spedite

Caro amore,

a volte penso di non volerti incontrare ma di volerti sentire. Quando dici di aver parlato di me a qualcuno mi torna in mente la distinzione a cui mi hai costretta più volte senza sapere: sentire significa molte cose e parlare a qualcuno anche, allora la domanda “Sa di noi?” ha sicuramente più risposte di una. Una e mezzo sarebbe ad esempio “sì, ho raccontato di quella volta che ti ho chiesto quale fosse il tuo vero nome e tu mi hai risposto con tono scortese”. Una risposta più una sarebbe “sì ho parlato di noi, ma non in senso alto”, dunque in un certo senso questa sarebbe una mezza risposta fatta passare per una risposta doppia, che quindi tu stesso capirai equivalere a poco più di niente.

Molto più di una risposta sarebbe se mi dicessi che hai raccontato di quando avevo un altro nome e tu, curioso perché hai questo dono, hai cominciato a farmi domande, domande che erano più di una e avevano moltissime risposte, e che le non risposte erano pure quelle delle risposte e aprivano perciò moltissimi spazi di fronte a noi; sarebbe romantico se raccontassi di quella volta che non ero vestita di blu e non sono venuta a prenderti in stazione, perché non sapevo ancora di te ma speravo nella tua esistenza, oppure di quando hai fatto in modo di raggiungermi dovunque io non fossi, o ancora di quella volta che mi sono messa a piangere in camera perché a quei tempi le cose che volevo sentirmi dire, e che erano inevitabili e univoche, arrivavano sempre con un mese di ritardo, come le mie mestruazioni. Sarebbe poco lusinghiero se dicessi invece che mi hai conosciuta perché in verità eri curioso patologicamente, e perché volevi entrare nelle persone, metterle in difficoltà e farle cadere, e che con me ti sei bruciato – e questo è vero soprattutto perché è poetico. E ti sei bruciato per la paura di bruciarmi, ti sei aggrovigliato nel meccanismo ormai automatico che ti circondava – che mi circondava – quando tu, così lontano da te, non guardavi nello specchio.

Ancora una risposta, però una risposta che si dilunga troppo, sarebbe raccontare di quando un’estate eri tu ad aspettare me, vicino al mare e dentro le pagine, ma io non arrivavo perché arrivavo ancora tardi all’epoca, e tu non eri ancora molto pratico di treni e stazioni. Eri piccolo, diciamo così. Comunque quell’estate alla fine mi hanno portata in spiaggia le circostanze, e ti ho visto per un caso – o almeno a me quella cosa di notarti dal rumore dell’ombrellone che ti cade in testa sembrava essere un caso – ma tu mi hai riconosciuta. Eppure questo non significava granché, perché io non ero un’anima di quelle venti anime del tuo paese, dunque dovevo tornare in città con l’arrivo di settembre, e a cosa sarebbe valso allora tutto quell’amore tra noi? Doveva finire, pensavo io. Ma io ero piccola come te, diciamo così. Un poco più piccola di te, al punto che forse questo giustificava il mio automatico pensiero di catastrofe irreversibile in ogni cosa a cui guardavo e in tutto quello che facevo. Più sei giovane più il dramma ti sembra una cosa necessaria a trattare le cose d’amore, e le cose d’amore con l’amore stesso ti sembrano una cosa molto piccola ma travolgente, solo di poco conto.. meno seria delle cose serie. Una cosa che si può imitare e si può affidare alle poesie, ai fenomeni naturali e sempre come sempre al mare, ma questo lo sai bene e ripeterlo in questa lettera non serve.

Oggi capisco per davvero che in quel momento l’amore per me non era una cosa seria, e dunque non sapevo che pesci prendere – se mi consenti l’espressione dimessa. Ma soprattutto io non capivo quali sogni andassero sognati, se non quelli di mare, che sono sempre storicamente stati sogni che finiscono con qualche sofferenza e che dunque spaventano specialmente le persone piccole come ero piccola io.

Insomma la risposta diventa sempre più lunga, e settembre non arriva. E non arrivano nemmeno la stanchezza e le noie che di solito settembre è solito portarsi via, e non arrivo nemmeno io, che come sai non sono venuta a prenderti in stazione perché all’ultimo mi hanno cambiato il binario, e – come negarlo proprio a te – la vita è una questione di viaggi irrinunciabili. Perché se tu rispondessi con la storia di noi, e dicessi la verità a chi ti pone la domanda, finiresti per intraprendere un altro viaggio, che però va all’indietro e più che realizzare desideri mette sotto la luce i dettagli trascorsi – anche loro trascorrono come siamo trascorsi noi, e come noi si ripetono e non finiscono mai – e il rammarico per quel che poteva andare meglio, e per il meglio che potevamo essere e fare. Ma dovresti dare persino più di tre risposte per questo viaggio e dovresti poter spiegare – cosa difficilissima – cosa ne pensi davvero delle nuvole. E oggi io stessa non so se questa risposta esiste o se le poesie, i fenomeni naturali e il mare, hanno già detto.. se hanno già risposto – sai com’è, c’è anche chi non ama ripetersi.

Tua affezionatissima
Amore

caro amore comò mag.

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