“Caro amore mio, al riparo dal tuo sole” | Lettere mai spedite

“Caro amore mio, al riparo dal tuo sole” | Lettere mai spedite

Caro amore mio,

ti ricordi quando ti dicevo che non sono mai stata brava con la matematica? La fortuna è sempre stata avere te a contare i giorni e a fermare il tempo quando il tempo andava fermato. Nella mia testa i numeri da mescolare attraverso le operazioni sono una calamita che mi trascina verso il basso e mi fa venire la nausea e male alle tempie, un oggetto affascinante che sanno maneggiare sempre meglio gli altri. E’ quasi illogico per me essere così puntuale e saper far funzionare la mia vita, avendo così poca matematica in seno, eppure è così e quest’anno ho cucito un’altra tela, ed era la tua.

Sono cambiate le nuvole, e quanto fa male tutte le volte che cambiano, così come fa male scoprirmi brava con la matematica, quest’anno che so qualcosa di numeri e che senza attenzione aumento gli zeri a coda di uno sconcertante trenta percento di parole che uso. Forse la paura che mi porta la matematica è quella più difficile della mia vita, quella che mi farà sempre armare per la battaglia: perdere la poesia. E’ con questo che bisticcio giorno e notte, quando sto sveglia a cercarti e quando sprofondo nel mezzo del materasso e la giornata mi schiaccia, è con questo che perdo la fantasia e il sorriso, l’energia e la speranza.

Amore mio, mi rendo conto che i molti ribaltamenti della mia anima sono stati come l’avventura in un bosco di cui non conosco la mappa ma di cui sono profondamente curiosa, così con entusiasmo ho camminato, scivolando nell’aria e ribaltandomi, appunto, fino a raggiungere il punto più alto ed estremo, dopo il quale forse c’è solo la stringente e infantile paura di perderti. E così sono tornati nel grembo i timori piccoli e meschini delle notti che ho pianto e delle notti che hai pianto tu, di quando a rivoltarci in un lenzuolo era la paura di dissipare la magia, o quella di peccare di ubris, oppure nei giorni peggiori quella di morire, di quando supplicando come in ginocchio alle mie mani fredde chiedevi solo di potermi dare la tua fetta di vita, calata da un balcone sulla mia spiaggia a piano terra, senza sabbia e con tanti sassi. E’ questo, in qualche modo, il paragone che mi porta ad oggi, oggi che vuota come un campo in cui uno sterminio si è compiuto, sono anche piena ma di cose che non mi piacciono o di cose che non capisco. Oggi che dal ventre dell’isola qualcuno mi dice “ti sento come Gallipoli a Ferragosto, piena di brutta gente” e io mi faccio schiacciare contro il muro da questa forza centrifuga che è la natura di chi mi sa e di chi mi intuisce, di chi pure dopo molti anni crede alle nuvole.

E’ così che mi vedresti pure tu, un campo sterminato, quindi molto spazio oppure persone morte, così mi vedresti dopo che la sera non sei venuto alla mia porta, dopo che il giorno non hai sollevato la cornetta, dopo che il cuore mio si è immobilizzato al giorno in cui mi hai detto “non sono mai stato così felice” e tutta la forza del sole ha partorito fiori bianchi e una scritta sul pavimento della cucina. Per tutte le volte che sei andato e tornato e in realtà rimasto, chissà dove e chissà come, da un’altra parte. Per tutte le volte che ripenso al momento in cui il pavimento si è aperto sotto di noi e abbiamo deciso che sogni e geografie difficili avrebbero prodotto una ferita e un dolore molto forte, fatto di notti in bianco e mal di pancia. 

Vedi, amore mio, c’è una filastrocca che lo recita o qualcuno che lo ha scoperto: nella mia terra si impara cosa vuol dire stare al riparo dal sole. Io mi sono bruciata, nonostante i molti anni d’esercizio, e ora mi metto in quarantena e meditazione, a farmi assalire dal non saper dire le cose giuste e dal non sapere se ora per me ci sono cose giuste in questo mondo. Il potere del passato non è quello più forte, gli inizi battono tutto, a volte anche il dolore; forse per questo io me ne sto per terra con la testa che ritmicamente incontra la parete e quella porta non si apre, e i pomeriggi di crampi e odore d’arance e incenso sembrano un’altra vita ma così vicina al cuore da far sì che niente più dei miei occhi faccia mare. Il potere della sconfitta è non avere niente da perdere e sapere di aver esaurito le cartucce, ma non è il mio giorno per dirlo perché continuo a pensarti e ho ritirato il mio cuore e il tuo, non più a maggese, ma a pezzi da un lato e gonfio dall’altro, un palloncino. Accettare la fine delle cose è sempre una faccenda complicata, fare pratica della “saudade” portoghese è quanto di più prezioso si possa tentare, a volte con successi complicati e sconfitte clamorose, a volte con i fantasmi che martellano il cervello e mi ricordano che nessun amore vale l’ultimo dei miei sforzi se non il tuo che è fantasia e sabato mattina, svegliarsi di notte nel posto giusto e, a volte, fantasticare di gomitoli, caminetti e figli. Che comunque vada ho perso Franziska e comunque sia ho bisogno di tempo per costruire la nuova strada da percorrere, senza camini, senza gomitoli, senza figli. Con lo scrigno del mio grembo che contiene l’orgoglio e la ricchezza di aver vissuto dove niente è per finta e gli errori sono sbagli veri e non esiste premeditazione, dove dirti che ti amo è semplice perché è vero, anche quando in ginocchio dalla paura sono stata in silenzio per settimane, anche quando nel silenzio e nella paura di una stanza a piano terra ho capito che a un certo punto avrei dovuto supplicare per un altro giorno di sole. Nel mio posto felice c’è un aeroporto e un orologio che segna sempre la stessa ora e che in realtà non ha lancette, perché siamo fatti per passare le notti a parlare fino a tardi, a fare l’amore e chiederci se saremo sempre così perfetti, perché nel mio posto felice non sei partito ma sei rimasto o sei almeno tornato a fare ammenda di tutto il male che la vita ha tentato di fare all’amore più grande che si potesse sperare.

In ultimo e prima che sia tardi: ti amo.

Tua eternamente e senza cuore per altro sole,
la luna

tuo sole Lettere mai spedite Comò Mag

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