“Caro compagno. Del tentativo di inviare una lettera” | Lettere mai spedite

“Caro compagno. Del tentativo di inviare una lettera” | Lettere mai spedite

Carissimo mio compagno,

sono due anni che ti scrivo una lettera senza direzione e senza forma. Sono due anni che tutte le mie lettere cercano di diventare una sola, convogliandosi – con molto sacrificio di righe e dettagli curiosi – in una pagina che, piegata in tre, si spedisce e continua a tornare indietro al mittente. Sarà che sto sbagliando il numero civico, forse aggiungo una cifra in più al codice di avviamento postale, sarà che hai cambiato indirizzo oppure che affianco al tuo vecchio campanello d’ottone, con il tuo nome a stampatello, non c’è più alcuna buchetta, perché oramai scrivi solo email e mi hai lasciata sola con la carta in mano e con troppe pagine.

Eppure io ricordo che ti piaceva scrivere, anche se ti vergognavi della tua grafia, che gonfiava tutti i cerchi dell’alfabeto e allungavi a dismisura la fine delle linee. Ti piaceva molto scrivere cose brevi, che musicalmente si ricongiungevano alle tue conquiste adolescenziali, quelle due o tre consapevolezze forti che dicevi di non poter cambiare; insomma, la storia di avere sempre pochi pensieri, ma fissi. Faticavi a chiudere i cerchi come faticavi coi finali delle tue poesie. La fine non ti è mai piaciuta, per questo ci intendevamo bene un tempo. Io ho sempre pianto alla fine di ogni mio giorno di compleanno, dai cinque anni fino ai diciotto, ma dal momento in cui la giovinezza si è palesata davanti alla mia porta, con boria e insolenza, ho ceduto all’inverno che mi ha poi insegnato tutte le altre stagioni, e la fine delle stagioni.

Ora vorrei provare a rimettere insieme i pezzi di tutte quelle lettere che mai ti hanno raggiunto, e qui seduta di fronte alla finestra vorrei spalancarmi a te e alla tua febbre, come non succede da tanto tempo, come non accade da quando ho spento la luce della camera accanto e chiuso tutto a chiave. Ho imparato la fine e cerco ancora di insegnartela, in tutti questi tentativi non andati a buon fine di spedirti, in una pagina ripiegata, la mia disperazione lucida e solitaria per il non essermi mai pentita di una cosa sola in questi anni.

In una delle lettere più recenti ti descrivevo le foglie che ritrovavo sul parquet della mia camera da letto. Mi ricordo di averti scritto “sono felicemente morte” e di essermi soffermata un sacco sulle loro venuzze rossastre – un dettaglio che mi colpisce sempre molto, perché non sono abituata al rosso tra i colori autunnali e l’unico ricordo che ne ho è di quella volta che son passata per le Langhe. In quell’espressione “felicemente morte”, avresti potuto trovare tutto, e soprattutto molto più di una strana descrizione, alla quale tu stesso non sei abituato, perché di solito descrivo sensazioni e quasi mai cose. Avresti, io credo, trovato il mio mare e la ferocia delle mie onde, la consapevolezza raggiunta da me sola tutte le volte che eri troppo impegnato a farmi la guerra per conquistarti un’altra fetta di mondo che mi riguardava raramente.

Avevo descritto forse anche un’ombra del pomeriggio presto, sempre sul mio parquet, e forse proprio poggiata vicino a una di quelle foglie autunnali dalle venuzze rossastre. Insomma, ripensandoci, credo di aver cercato anche la tua compagnia in quelle righe, oltre ad averti palesato senza coscienza le mie nuove scoperte. Quando descrivo così l’autunno ho l’abitudine di provare un po’ di nostalgia, un tiepido sentimento di smarrimento. Mi ricordo di quel giorno che tutto odorava d’arancia e incenso, io studiavo le opere di Bellini e tu avevi un forte mal di pancia, tanto che non eri neppure andato a lavorare ed eri nel mio lettone. Quell’abbraccio io ricordo. Lo ricordo come l’amore per il centimetro e il quotidiano, quello che non mi passa mai, perché non riesco mai a trovare la vita banale. E di averti detto di essere felice, io ricordo. E mai, in effetti, ero stata così felice come dal momento in cui tutto mi pareva sensato a metà, tutto mi pareva logico anche da scalza, e riuscivo a non rifare il letto e a dimenticarmi le ore e i giorni.

Ma le foglie, compagno mio, sono felicemente morte, perché i cerchi non vanno sempre chiusi se ci si immagina linee. E forse è un tempo giusto per non discutere dei mattoni che avremmo dovuto mettere a turno, l’uno sull’altro, per non far crollare questa torre di Babele, per non mettere in pericolo questo sogno prezioso e l’effetto che, spregiudicati nella loro innocenza, solo i tuoi occhi ancora mi fanno.

Così continuano a danzare in un vortice di vento e in moltissime stazioni ferroviarie, tutte quelle righe che non ti hanno trovato in casa, tutte quelle dichiarazioni che non ti hanno trovato pronto. A braccetto, in un turbine di dubbi, le mie lettere si trovano. Come succede a quelli in sala d’attesa dal dottore, come agli studenti che si sono ritrovati in aula tutti insieme per poi scoprire che la lezione era stata cancellata, come per le file chilometriche in posta ai “meno dieci alla chiusura”, come i ritorni che non riescono a compiersi e s’inceppano. L’ingranaggio bloccato stride e tu, da un’altra parte, ricevi all’improvviso tutte le mie lettere in un lunedì qualsiasi, e, all’improvviso, sei pronto a leggere.. ma trovi solo pagine bianche.

 

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