Caro corpo, per scriverti amore | Lettere mai spedite

Caro corpo, per scriverti amore | Lettere mai spedite

Caro il mio corpo,

per la prima volta mi hanno chiesto di scriverti e non nel senso di scrivere di te, ma finalmente nel senso di scrivere a te.
Così mi consegno da un po’ in pasto a tutte le superfici riflettenti: senza vergogna, senza ragionarci. Ma so e sai che non è stato sempre così.

C’è stato uno strato di vita meno facile degli altri, o forse dovrei dire che ce ne sono stati molti così, prima di adesso. C’è stato un tempo che s’era fatto gomitolo, ed era complicato, indistricabile, non ne capivo il verso, la direzione, le intenzioni. Tutto degli altri sguardi mi infilavo dal rovescio. Dalla punta del naso, così comoda nei suoi centimetri in più, fino al mignolo del piede che di asimmetrie e nessuna fantasia, mi ha fatta soffrire; due voglie di cui non ti ho mai dichiarato niente, se non l’esistenza, e i nei sui quali mi sono rifiutata di farmi un’opinione in anticipo sugli altri. Ti ho percorso presto, e tu mi hai gonfiata di domande, disappunto e crudeltà. Così è stato che non ti ho mai amato, quando mi hanno detto che accarezzarti non poteva essere un orgoglio e che amarti senza ragioni non aveva senso.

Non sono molto costante, lo sai, posso dirmi solo coerente. E in quello strato di vita difficile, ruvido e umido, mi sono fatta fottere. Sì, ho scritto bene. Fottere.

Ho letto al contrario tutte le lettere dell’alfabeto, perché ho deciso che il mio sguardo sul mondo sarebbe stato l’unico che conoscevo: quello degli altri. Così ti ho preso a calci e mi sono nascosta con te, chiedendoti scusa solo quando nessuno poteva sentirmi, e nel frattempo ti ho portato in manutenzione e ho cercato di capire da che parte andassi guardato, per meritarti un po’ d’amore.

Nel frattempo ho ritagliato i pezzi migliori, li ho guardati vicino a quelli degli altri e ho fatto silenzio, perché fosse chi stava fuori a dirne qualcosa. Sempre il posto a tutti, e meno spazio per me, che è meglio non dire. È stato finché non ho cominciato a portarti con me, che ho toccato questo strato abrasivo di vita che non basta (per fortuna), finché non ho capito che non facevano differenza la tua forma, le tue sporgenze, i tuoi salti da dentro a fuori e viceversa. Ti ho portato a spasso, e poi nel posto del mondo che, guardando all’inferno, ha creato un angolo felice in cui stare, per me e per te. Siamo adesso in quest’angolo, da cui guardiamo tutto il resto, con tante domande, nell’intimità dei nostri dialoghi.

Ho immaginato di venirti a prendere in un giorno di sole, diretta verso il mare, per farmi perdonare, per farti superare i brutti ricordi delle cadute, che sono state fatte comunque insieme, comunque per crescere, per curiosare nel mondo. Ho immaginato di dare un buon odore alla domenica, parlando con te con cura e affetto, e raccontando di te agli altri con altrettante accortezze. Ora ho scoperto che non è un sogno, e ti sto portando davvero dovunque, con e senza i panni dell’inverno, ricolmandoti di carezze e accidentali cadute nell’euforia che ho quando ti voglio addirittura ingoiare, tanto che ti amo forte.

Per sempre, per scelta,
tua

Caro corpo Lettere mai spedita Comò Mag.

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