“Caro, cosa posso dire di noi?” | Lettere mai spedite

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Cosa posso dire di noi?

Avrei voluto spendere più parole, ma non avevo tempo di pensare né di elaborare: dovevo partire. Lo sai che non dico frasi di circostanza, mi imbarazzano quasi; ho sempre il sospetto che qualcuno scopra che non penso quasi niente di quello che recito e che, invece, appunto, recito per davvero.

A te non ho riservato mai le poche attenzioni che mi restano adesso a fine giornata, perché nella giornata ti immaginavo assorbito, come un sentimento di cose che esistono e non come un presentimento di cose che si avvicinano.. è come per i gelsomini in questa Via Bazzi, che è una via qualsiasi, ma si fa casa dell’intuire l’estate.

Così niente tiglio e neppure magnolie. Quest’anno fioriscono cose nuove, cose che non sappiamo e delle quali non siamo forse sicuri di essere curiosi.

Credo sia una questione di paura, ad esempio il profumo delle cose che se ne sono andate mi ha aspettata all’ingresso del mio nuovo appartamento, si è lanciato fin dal pavimento e nuotando in fondo a quello che quasi non sento. Ho creduto di essere tornata in una vecchia casa nella quale avevo vissuto per un breve periodo quattro anni fa, quando tu arrivavi all’improvviso e cercavi sempre di lasciare, invece, con largo preavviso; e alla fine ho capito che quella era tutta paura.

Paura delle domeniche di cui non sai niente in una città di cui sai poco, paura delle cose che terminano e paura che terminino davvero, paura di cambiare le tue parole preferite e tradurle in sinonimi che non ti sono vicini né cari. Paura, poi, di perdere la cometa in fondo, la scritta exit, la luna e le stelle.

Abbiamo sempre bisogno di passato, tutte le volte che abbiamo un po’ paura che andare significhi cambiare, perché del passato solo una cosa sappiamo per certo: siamo stati in grado di superarne le brutture.

Abbiamo bisogno del profumo di un vecchio appartamento, di calarci fino alla punta dei capelli in quello che conosciamo, ci serve l’odore delle fioriture primaverili, anche quando la primavera è ancora fredda, abbiamo bisogno di ricordarci del rumore della tv sintonizzata sul telegiornale ogni mattina di scuola, di familiarizzare con l’idea di stare, perché per certo sappiamo di essere stati. Ho bisogno del tuo ricordo, di quel te che non aveva fretta e di quando ti avvicinavi al mio naso, del ricordo di te che dalla mia nuvola sulla testa respiri e risucchi via il freddo e l’umidità, che sciogli le resistenze e i mal di gola di una giornata infinita e difficile, da schiena a pezzi e palpebra calante.

Ora che nel caos dell’entusiasmo tutto si intreccia confusamente con una scansione imprevedibile del tempo e delle cose che potrebbero essere, con un desiderio non detto di scoprire e costruire, con il sospetto di poter imparare e sperare di continuare a raccontare, me ne sto perché so di poter stare, perché so che sono già stata.

E allora cosa posso dire di noi? Avevamo fretta, dovevamo andare.

Caro, cosa posso dire di noi? Lettere mai spedite

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