Caro errore, eri uguale a me | Lettere mai spedite

Caro errore, eri uguale a me | Lettere mai spedite

Caro Errore,

ti ho chiamato così per anni, come la “Catastrofe” de “Le luci della centrale elettrica” e come le cose che ci insegnano – o dovrebbero insegnarci – a stare per bene al mondo.

Da un po’ di tempo mi chiedo come stai e prima di mettermi a scrivere non sapevo proprio come chiamarti, perché in queste cose è bene sempre servirsi di pseudonimi o nomi simbolici, un po’ per alzare il livello della scrittura, un po’ per non dire del tutto la verità.

Ti chiederai perché mi chiedo come stai, visto che potrei ottenerne risposta: ci sentiamo abbastanza spesso per essere aggiornati reciprocamente sulle nostre vita ma forse non ci sentiamo abbastanza per sapere davvero chi siamo oggi e da quanto tempo e per quanto tempo siamo e saremo diversi da quando passavamo le ore a parlare in un’auto parcheggiata. Era inverno, ti ricordi? Le signore del paese si affacciavano dai balconi o sbirciavano dalle fessure delle tende, cercavano una verità – o un pettegolezzo, non ne sono certa – da raccontare negli orti di altre signore con figli lontani e mariti distratti. A noi importava molto quel giudizio e quella curiosità, anzi ci preoccupava al punto che non ci dormivamo la notte all’idea che si sapesse in giro cosa ci era accaduto.

Ma cosa ci era accaduto, tu lo ricordi? Perché io l’ho dimenticato per anni fino a che non mi sono sentita abbastanza maltrattata dalla vita per dirmi adulta – come vedi e come sai, la maturità si misura in delusioni, schiaffi in faccia e prese in giro; e non c’era stato giorno, fino a quel momento, in cui io non avessi temuto di poter essere scoperta nel mio fatale errore, quello dell’essere giovane e sconsideratamente innamorata, mentre gli altri ti vorrebbero forte, con la testa sulle spalle e in grado di calcolare bene i pro e i contro di una situazione sentimentale. Diciamo pure che per sentirmi forte, con la testa sulle spalle e capace di far di conto, ti ho lasciato e ti ho dissipato, e insieme a te ho dissipato quel sogno bellissimo ch’era stato il tuo amore verso i miei occhi e i miei capelli di grano.

Ero piccola, molto più che giovane, avevo ideali consoni alla mia età ma non tanto alla mia realtà, voglia di essere di roccia o acciaio, voglia di scoprire che il mondo era un posto magico, e sulle spalle avevo molto più delle bretelle. Tu avevi gli occhi aperti anche se dicevi di non vedere e spesso ti arrabbiavi perché non seguivo me stessa, quindi non seguivo te.

Però che mi avevi tenuto le mani me lo ricordo, e anche se ero stata io la prima a chiederti di restare tu volevi chiaramente piangere già da un bel po’ e non sprecare l’ultimo giorno d’estate, ma soprattutto volevi, in effetti, restare.

E’ passato tanto tempo, e una parte di questo spazio temporale è stata fatta di altra guerra con gli altri e altra guerra tra di noi, di tante volte in cui mi hai chiesto se potevi andare via e di tante occasioni in cui mi hai dovuta per tua sfortuna rincontrare, ma soprattutto è stata fatta d’amore, quello che abbiamo seminato e che ci ha cambiati per sempre, quello che ci ha fatto guardare il mondo come uno spettacolo irripetibile e ci ha fatto scovare il filtro giusto con cui cercare chi come noi sa ancora guardare.

Salvare un fiore o potare un albero? Mi sono chiesta molto spesso cosa fosse meglio o meno peggio.. ed io ho salvato una foresta, lasciandoti al mondo e tenendo come un amuleto, sempre con me, quello che mi hai insegnato. Odiami per tutte le volte in cui ho detto di aver dormito mentre mi pensavi, e per quando ho accettato il tuo silenzio come terapia al male che mi faceva fare la cosa sbagliata, al male che mi faceva non farmi trovare – all’angolo in fondo a questi chilometri o in una foto appesa al muro –  ma io dovevo salvare una foresta. Ero come la storia della ragazza che correva sulla spiaggia con ali di farfalla e tutti le chiedevano di rallentare, che a rincorrerla si soffriva il fiatone.. ma lei doveva correre.

Alla fine di questo viaggio nelle mie discutibili virtù in giovinezza e nello spazio di qualche ricordo gettato qua e là tra le parole, volevo sapere soltanto come stai, e per davvero, anche se è finito per sempre il tempo in cui passiamo le serate insieme a parlare in un’auto parcheggiata.

P.s: io so rispondere ancora giusto alla domanda “qual è la sensazione più bella del mondo?”, e tu?

Con affetto,
un’ondata violenta che ti incolla i vestiti alla pelle

Caro errore Comò Mag.

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