Caro guerriero lontano, di quel che mi ispiri, di tutte le mie domande | Lettere mai spedite

Caro guerriero lontano,
ti scrivo una lettera come mi hanno insegnato di fare con le persone che vivono da un’altra parte, sebbene il cuore sia così acerbo e a me pare tu non sia molto distante. Mi sono anche chiesta per qualche minuto se non fosse magari inutile scrivere una lettera a chi mi accompagna tutti i giorni o quasi nelle passeggiate, nei miei voli notturni tra i ricordi e i tremolii del presente, a metà tra le regioni, titubante delle ragioni.

“Io non sto mai senza di te”, hai detto. Eppure quanto non ti conosco. Quanto conosco invece la distanza che attraversa le nostre vite e che ci fa cercare fili nascosti sotto i tappeti, là dove si è aperta la prima crepa in volto alla terra – mi ha fatto le guance di sangue –  là dove la prima crepa è arrivata al cuore del mio primo sole e mi ha fatta collassare, tra la noia e la paura.

Ho vissuto una notte e una notte è passata attraverso di me, una notte fatta di duecentoquaranta minuti, qualche confessione, le domande calate dall’alto nel silenzio, lo sguardo che scivola sotto quando hai paura che avere la ragione lucida faccia più lucidi gli occhi ogni ora. Ma dei tuoi occhi tu non sai che non sono i miei begl’occhi, sono però occhi grandi, fatti grandi così per guardare il mondo e inseguirlo, capire il suo malefico codice e aggirarlo, inventare un linguaggio nuovo, fatto di punti cardinali tuoi, di panni larghi in cui pedalare tranquillo, voglie comode da essere assecondate quando sveglio alla notte dici “voglio scriverti”, che poi è come dire solo “voglio scrivere”.

Quanto conosco invece i balzi precisi da fare dalla prima volta che hai volato alla prossima che volerai, le canzoni che canti man mano che fuori il vento è più freddo e via via che il tram sembrerà più accogliente. Con quanta cura leggi le parole nelle tue faccende, nelle tue ricerche. Quanto forte il bisogno della domenica che è per te felicità e tavoli grandi in cui consumare i pasti e attorno a cui lasciar svolgere tutto al tempo, cucendo e scucendo, facendoci più vicini col suo uncinetto. Era del tempo che volevo chiederti, perché sembri una persona che conosce la pazienza, e forse tutti i tranelli che le attese tendono alle creature che come me ruggiscono ai ticchettii e più in generale ai rumori che si ripetono, alle luci che si susseguono, ai moti armonici, e persino – sebbene paia blasfemo – al rumore del mare. Allora, cosa ne pensi del tempo? Cosa ne sai delle sue trappole? In che modo scorre pure per le persone sollecite che hanno paura di perderlo insieme alle occasioni? Perché arrivo con troppo anticipo in stazione e perché far troppo tardi mi spaventa alle volte pure più della morte? Io ti chiedo e ti chiedo molto. Eppure quanto non ti conosco.

Quanto a memoria conosco invece la panchina su cui ti siedi, il sellino bagnato della tua bicicletta, le cose che di quella notte avrei dovuto ricordarmi di scrivere e che invece ho fatto sedimentare nel mio buio, al punto che in un giorno ho sentito la tua mancanza. È stato così che ho letto una lettera che raccontava di quando tutto era confuso – confuso come adesso e di più – ma si concludeva la giornata con un “ti fermi a cena?”. Tanto è grande il mio aspettare, e quanto aspetto quando aspetto. Tanto così è profondo il pozzo, così pure è profondo il mare.

Ed è anche del mare che volevo chiederti, perché ne conosci un’altra parte, e vorrei sapere quanto lo senti quando è lontano da te a troppe troppe miglia. Perché io, cresciuta vicino al mare, ne faccio a meno, perché nella mia pelle c’è il sale. Ed è evidente, ti chiedo qualcosa di semplice, ma tu puoi non rispondere, anche perché.. quanto non ti conosco?

Per tutte le cose che scrivo e che ho immaginato in quel pomeriggio di tua mancanza, dopo le notti di tua scoperta, ho compilato una lista, ed è piena di cose impossibili oppure di cose che si fanno solo a puntate, con una costanza indiscutibile e con la precisione di un cecchino. E la lista comincia con la spesa per quella domenica di festa, senza nessuna ricorrenza ma con tutta la nostra famiglia. Nelle cose impossibili mando il tuo cuore forte, perché tu guerriero coraggioso ti faccia spaventare e scopra il significato delle cose che non hanno un senso e la precisione delle cose che devono accadere. Da te volevo sapere di più dello spavento, quello che ho quando penso al vulcano e alle cose di cui potrebbe avere una fame improvvisa, vorrei sapere della sua forza e di come amarla anche mentre riposa. Ti chiedo ciò che è complicato e che fa parte della tua storia, che magari ora non puoi raccontarmi. Eppure quanto vorrei conoscerti.

Per tutti i tempi che sono scaduti e le sere che s’era fatto tardi, mentre qualcosa sotto al letto imputridiva, da qualche parte rimaneva spazio o spazio nasceva, per scrivere altre lettere, in altri pomeriggi e non concludere così, che non è degno e non è ancora niente.

Come fosse la luce a svegliare, come non ci fossero passanti,
la tua bimba

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