“Caro maestro d’improvvisazione, non più pagine bianche” | Lettere mai spedite

“Caro maestro d’improvvisazione, non più pagine bianche” | Lettere mai spedite

Caro maestro d’improvvisazione,

le sorprese arrivano anche per chi è solito crearle, le risate arrivano anche nei camerini dei pagliacci, e la fine anche nelle vite di chi ne decanta la necessità assoluta. D’altronde non si sfugge a nessuna cosa che sia inesorabile per definizione; io, ad esempio, ho sempre sperato di scampare alla febbre e agli orecchioni, ma immaginiamo che sfida fosse essere piccoli e vulnerabili a ogni cosa. Ma a che serve arrabbiarsi? La febbre poi passa e rimane la sconfitta, la paura che ritorni e la certezza che ritornerà, il dispiacere di non aver provato il sollievo di quando non si viene scoperti a nascondino e si può cantare vittoria. 

Alle persone rimangono cose simili, e a qualcuno di noi rimane il tempo, e non mi importa molto dire se sia tanto o poco, lungo o breve: a me interessa la larghezza. 

Qui, per esempio, si scrive in anticipo; infatti a qualche giorno dalla vigilia della tua partenza mi preparo nelle note un elenco di cose da fare e, tra queste, spunto ciò che sto facendo ora, prima che sia tardi e per una malata abitudine sbagliata a cui questa nuova vita mi costringe: essere veloce e giocare d’anticipo, prevedere di non avere tanto tempo. 

Mi son detta che dovevo scriverti e non mi sono prefissata cosa dirti. Questa, tutto sommato, è una buona abitudine, invece: mi da una speranza di libertà e verità in una routine piena di sorrisi finti – e scusami se sono banale, ma anche la mia vita ultimamente lo è. 

Mi viene in mente solo di farti sapere che io quest’anno vissuto un anno intero di primavera e sono in tanti ad invidiarmi per questo, ma quasi nessuno a sapere cosa sia significato nei miei conti di casa, nei panni sporchi che accumulo e da cui faccio bilanci e calcoli. 

Ho vissuto un anno di primavera di cui tu non sapevi niente e di cui ora sai abbastanza, mentre la vita cammina a una velocità decente – quella delle cose non manomesse dalla fretta – e io da pagina bianca divento una persona, con un pezzo di storia e una possibilità anche piccola di dimostrarmi sorpresa, felice, spaventata, oppure molto stanca e provata. Le confessioni e i racconti mi spossano, ma hanno l’inestimabile pro di riempire di valore e amore lo spazio nel tempo. Il nostro spazio nel nostro tempo, quello che abbiamo inventato a posta per salutarci, quello che non ci immaginavamo o che forse avevamo previsto – forse sperato?

Nei miei ricordi ci sono molti vuoti di senso, – nel nostro tempo insieme – e tu lo sai perché sai che ho fatto anche cose senza amore ma mai senza bellezza e perché pure, qualche sera forse davanti al portone, devo averti illustrato la mia teoria sulla mancanza di senso e mai di significato. E allora non puoi sottrarti dall’immaginare quanto difficile sia stato per me, che amo il bianco, restare così bianca e lasciar solo immaginare e supporre, oppure sbagliare addirittura. Così è stato che ti ho lasciato esistere, nelle tue poche domande e nelle puntuali idealizzazioni che possono gonfiarsi o morire, che possono cercarmi e chiedere di reagire. 

Ma adesso che abbiamo anche la magia e la ragione, di questo tempo già stato ci resta il ricordo, con un marchio indelebile di assoluta qualità, fatta di larghezza – che di larghezza è fatta la mia vita – e di scoperte rare e magnifiche, in questo nuovo angolo nel quale ci siamo seduti per raccontarci, per conoscerci finalmente, ora che possiamo fare di più di intuirci, ora che un po’ ci sappiamo. Ora che siamo autorizzati a provare malinconia, salutando l’arrivo della nostra estate, rincorrendo la fine delle cose cui abbiamo libero accesso solo camminandoci verso,  la partenza delle cose importanti, e per me, senza indugiare, la tua dolciastra e memorabile compagnia.

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