Caro pianeta distante | Lettere mai spedite

Caro pianeta distante | Lettere mai spedite

Caro pianeta distante,
non ne posso più di scriverti.

Ho pensato a come ti saresti sentito con una lettera vuota tra le mani, avrei voluto simulare il silenzio per iscritto; il torto del silenzio e la colpa del silenzio, quel silenzio che ti devo perché tu ne abbia abbastanza – dove con “abbastanza” intendo a un tempo “a sufficienza” e “adesso basta”. 

Vorrei distribuirne un po’ ad ogni paio d’occhi di cui mi sono lentamente cibata a dosi piccole in questi mesi e ancora una volta, l’ultima, a quelli di cui ho fatto digiuno. Così è stato perché così pareva che fosse al tempo, che opportunamente si è messo in mezzo e che senza chiedere si è concesso di esistere e che durante lo scorrere dei giorni mi ha fatto inciampare nelle straordinarie cose che succedono per caso quando hai accettato che la tristezza ti si addica finché è lì per insegnarti qualcosa. 

Sono stata tua il primo giorno, il secondo e l’ultimo, quando sembrava tardi per prendere il treno che fa arrivare giusti all’ora di pranzo da Naiche – ed era tardi, non eravamo in ritardo. Sono stata tua quando il tramonto è calato su questa montagna gigante e fumante che si accompagna ad un’altra montagna secca anche se è innamorata di un’isola – ed era difficile perché erano tempi difficili. Sono stata tua quando i tempi erano maturi abbastanza per sentire che la magia del mare poteva raggiungerci anche lontano dal mare – e non era facile ma eravamo molto innamorati. Sono stata tua a fare tardi di notte, per aspettarti, per trascinarti ridendo insieme per l’ubriachezza, per ascoltarti nel prezioso momento in cui ti racconti – ed era sempre la soglia della stanchezza, ma pure della bellezza. Sono stata tua quando e dove potevo e non sempre come avrei voluto – e son le otto, forse ho la febbre, e tutto mi fa credere che non sia tardi ma che siamo in ritardo.

Caro pianeta distante, io non so più niente della geografia, ho smesso di contare i giorni, ho smesso di piangere, ho smesso di crederti, ho smesso di stiracchiare i bordi delle cose perché ci stiano addosso insieme, a me e te in uno stesso tempo. Ho trovato un libro bellissimo, e lo sto leggendo scoprendo del torto del silenzio e dell’innocenza della colpa, dell’involontarietà del desiderio come della sofferenza. Sto leggendo per perdonarci di essere riusciti a farci male, di aver comprato frutta fuori stagione e di non aver amato quello che facevamo cercando solo di fare spasmodicamente quel che amavamo, come gli affamati, come i deliranti ubriachi e come i sognatori.

Caro pianeta distante, io per davvero ho imparato l’amore e te ne devo grazie, io per davvero ho sperato di incontrarti, e per davvero non ne posso più di scriverti.

Tua cometa
senza più luci

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