Caro Tasso, l’estate è finita | Lettere mai spedite

Caro Tasso, l’estate è finita | Lettere mai spedite

22:54,   Del rimpianto

Caro Tasso,
non è abbastanza tardi per dire che ti scrivo di notte e non è nemmeno più tempo di scriverti. Oggi sono in me tutti gli argomenti e anche un po’ d’amarezza o quel che ne resta.

E’ che ti scrivo perché mi sono accorta proprio adesso di aver volutamente lasciato il tuo libro in un posto di cui non conosco il dove preciso, e che con certezza posso dire di non averlo semplicemente portato con me.. d’altronde è un libro che non ho neppure letto e che in passato m’ha portato un po’ di sfortuna – non so se ti ricordi quanto io sia scaramantica.

Ti scrivo da un posto che è ancora quello che tu abiti, in cui ti muovi quotidianamente, in cui progetti e sperimenti, ma che non riempi più, o almeno a me pare così – non volevo essere presuntuosa, ma è un fatto caratteriale – e ti scrivo senza avere niente da dirti, perché in fondo anche il tempo di dire è finito da un po’ come ti anticipavo nel mio incipit un po’ caustico.

Delle domande però ci sono, perché una lettera vuota non vorrebbe riceverla nessuno in fondo: sai dirmi cos’è il rimpianto? Di che si tratta? Come lo definiresti? Riesci a farmi degli esempi? Quand’ero piccola mia madre riusciva a spaventarmi a morte con la storia del latte versato, perché a casa mia, come ben sai, c’è sempre stato il granito per terra, quindi qualsiasi cosa vi cadesse accidentalmente rimaneva una macchia ben evidente che mi avrebbe fatta sentire in colpa ogni giorno. Ed in effetti, tra spremute d’arancia, vino, sugo e latte, ne è venuta fuori una carta geografica – anche quest’espressione la rubo volentieri a mia mamma, perché il concetto e l’immagine mi sembrano abbastanza simpatici – e tu immagina, se ciascuna di quelle macchie fosse un rimpianto o un rimorso, non sarebbe peggio ancora?

Ma veniamo all’altra domanda: la vera differenza tra rimpianto e rimorso, qual è? Tu lo sai? Io mi sto facendo aiutare dall’illustrissimo Zannichelli, che recita:

“rimpiànto”: ricordo dolente e nostalgico di qlcu. o qlco. che si è perduto: della gioia resta il rimpianto ed è anch’esso un dolore (I. Svevo) | doloroso rammarico spec. per qlco. che non si è fatto: il rimpianto di non avere ceduto al sentimento di … pietà (L. Pirandello) poi… “rimòrso”: tormento, cruccio, procurato dalla coscienza di aver fatto del male: essere preso, perseguitato, straziato dal rimorso

..e prosegue: Rimorso è il cruccio, il tormento, provocati dalla consapevolezza di aver fatto il male. Anche pentimento esprime il dolore per un’azione che si vorrebbe non aver compiuto, ma – rispetto a rimorso – fa riferimento a un sistema di regole morali e religiose. Nel rimpianto il dolore non è provocato da un’azione compiuta, ma da ciò che non si è fatto, che si è omesso, trascurato o perduto. Rammarico, infine, ha significato affine a rimpianto, ma esprime non tanto un dolore quanto un’amarezza per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

Insomma mi sembra di capire che nessuno dei due porti a niente di buono o sia di per sé benefico, è una brutta faccenda, un cattivo investimento; e in fondo mi sento di comprendere comunque l’esistenza di entrambi i termini, perché si adattano benissimo all’essere umano e alla vita umana così com’è, persino alla mia, di vita. Non tutti i miei investimenti sono andati a buon fine, e alcuni di essi non sono stati nemmeno troppo ben valutati all’origine, ma il più delle volte mi sono consolata con le note di chi mi consigliava di morire con molti rimpianti e neppure un rimorso. Forse perché la vita, non sempre ma almeno qualche volta, è anche questo.. pensare male di se stessi e maledirsi per essere stati sconsiderati, maledirsi di azioni di cui il più delle volte ci troviamo a ridere quando il tempo passa sul tempo. In effetti di questo, almeno fino ad oggi, mi sento abbastanza sicura. Ho agito in modo tale da sentirmi abbastanza libera di dire che se morissi adesso, in questo momento, non sarebbe un peccato per me, per il semplice fatto che amo la vita follemente ma non vi sono più attaccata nel senso morboso del termine, perché ho fatto tutto quello che volevo fare e detto sempre tutto ciò che volevo dire.

M’hai lasciato un sassolino nella scarpa, ne sono sicura, altrimenti non mi spiego come mai mi venga spontaneo fare di questi discorsi proprio a te.. perché a volte qualcuno c’è, altre volte semplicemente anche a cercare bene, a scoprire tutti i tavoli dalle loro tovaglie, a partire in esplorazione sotto i letti, a guardare le al di là delle nuvole quando aspetti la luna, qualcuno non c’è, e non c’è e basta. Non esistono scuse e nemmeno spiegazioni.

Me lo ricordo ancora quell’abbraccio in cui ognuno ha cacciato indietro, a suo modo, un po’ di lacrime, e mi ricordo di cosa significava sentirsi meno soli con un libro, che non fosse un libro qualsiasi, in valigia. Perché la prima volta sono partita con un tuo libro di poesie, e adesso mi ritrovo a volerne perdere un altro, sempre di poesie e sempre tuo, ma senza nessun tipo di compagnia né di magia.

Stasera dovrebbe esserci l’eclissi, l’ho letto su qualche giornale. E’ un eclissi che, soliti fortunati, noi vediamo meglio di tutti gli altri e per di più vicino al mare, con quell’odore che Dio benedice e disperde mentre le stagioni continuano a passare e mentre tutte le conseguenze, anche le più insospettabili, si verificano con una puntualità e una decisione esacerbate. Le conseguenze di quell’altro abbraccio, quello che mi hai negato il giorno in cui stavo male, perché mi ero ammalata e non sapevo da che parte si dovesse prendere la via della guarigione e – questo credo lo avessi capito anche allora – non ero neppure così sicura di guarire.

E dire che proprio noi avevamo costruito un tempio di sconvolgente bellezza e verità, che ci apparteneva in tutto, di cui eravamo padroni, in cui istituivamo regole e non regole – che a ripensarci mi è battuto più forte il cuore, tanto che si è mosso in un passo di danza quasi fin nelle fauci – e che ci faceva sentire liberi, una specie di città nella città, di storia nella storia. E così ci eravamo presi un posto comodo, certo a volte c’era troppo vento, cadeva pece o arrivava acqua, a volte ci fraintendevamo, altre volte ancora si alzava un po’ la voce, c’erano persino momenti in cui giravo i tacchi e tornavo a casa appendendo tutto in blocco.. ma poi piccoli eventi mi spingevano verso una direzione che ormai credevo fosse la mia, e che credevo riguardasse anche te.

Ma il tempo cambia le cose, gli eventi cambiano le persone. Nessuno si ritenga salvo dallo strabiliante potere del bene e dall’inevitabile forza della fine, che alla fine arriva, esattamente come ogni sera arriva la sera. E tu quell’abbraccio me lo hai negato davvero, e non è un sogno, non è un incubo e non si sfugge più alle pacche sulla spalla, alle frasi che si dicono senza cuore molti di noi, tipo “stammi bene e fai buon viaggio”, non si scappa dal ritardo più doloroso della vita di ogni essere umano, quello di un ritorno che non può più compiersi. Perché forse io faccio ancora parte di quelli che vanno, ma con questa storia che tu hai smesso di aspettarmi, io ho smesso di tornare.

La luna

Caro Tasso Comò Mag.

 

Leave a Comment