Caro te medesimo, di medesimi nostri errori | Lettere mai spedite

Caro te medesimo, di medesimi nostri errori | Lettere mai spedite

Caro te medesimo,

come stai? Come va con le tue briciole? L’estate sul suo finire mi ha portato su questo foglio e io non so perché abbia scelto te come destinatario; d’altronde le ragioni dell’estate, come quelle del cuore, sono di difficile comprensione per noi esseri umani, e non è un caso che in questa stagione si concentrino il maggior numero di rotture e di rinascite. È come quando ci si sveglia disinnamorati del proprio compagno, o la nostra amante ci pare meno desiderabile e più raggrinzita, come invecchiata male o disciolta per sbaglio sul fondo del bicchiere.

Non sapendo perché io stia scrivendo proprio a te, allora, comincerò col parlare del tempo, come da manuale. Vedrai, ci sarà utile a rompere il ghiaccio.

Oggi un umore particolare del cielo ha catturato la mia attenzione e le mie emozioni: dopo un risveglio di sole e la sensazione di averla scampata per un pelo, la giornata è stata rincorsa dal vento e dal dubbio. Niente era chiaro nelle nuvole e nemmeno nell’odore dell’aria. Ma io, continuando a pensare di non avere un’opinione precisa sulle nuvole, ho camminato in lungo e in largo per tutta casa e ho smesso di interessarmi al cielo, finché il cielo non mi ha assalita e la bufera che tutti credevano e scongiuravano è arrivata. Da tanto tempo il vento non era così devastante sulla mia persona così piccola e così ruvida. Ora che ci penso, è forse questo che mi ha portata sul foglio e a te.

Tra gli errori ripetuti in giovinezza – della cui bellezza non teniamo conto perché finché siamo giovani gli errori ci spaventano di più – tu sei stato genialmente capace di replicarti ed io di sceglierti in ogni replica. E la violenza dei tuoi occhi poggiati su di me è sempre stata motore di forza e febbre. Non so se anche tu ricordi la febbre, di quando eravamo già giovani e già diversi, tu che avevi già le tue briciole e io che avevo già i miei sogni e me stessa dietro cui correre. Io ti davo per virgola e tu per speranza, ma ero come una speranza effimera, che ti serviva a passare la giornata e sulla quale non potevi scommettere perché dovevi badare alle tue briciole. È stato forse così che tu ti sei spento e io sono sbocciata, accarezzando i frutti del mio albero come la cosa più preziosa di questa vita, mentre tu ti accasciavi con ali di carta e pendevi riguardando nel tuo baratro senza interesse, come non sapessi più di che alfabeto è fatta la felicità.

Forse ti scrivo perché scrivo dei miei uomini e delle cose che ripeto e che rianimo dal passato, forse ho parole anche per te che mi scavi con gli occhi nella carne e te che arrivi fino alle ossa che quando ti vedo mi fanno male ma ho un po’ meno la febbre e un solo livido da curare con la bocca. Della passione delle tue mani non so raccontare senza far tremare, perché l’immaginazione si ferma quando tutto lo spazio di un divano ricalca il paradiso dei sensi e il sogno dei frutti del mio albero che ti ho lasciato da solo a cercare con la tua curiosità e il tuo bisogno di sentire senza sapere.

Non sapevamo mai il perché, quando eravamo giovani. Ma adesso più bravi a capire il momento opportuno, stiamo in silenzio senza un’opinione precisa sulle nuvole, ci lasciamo travolgere dal tempo che ci accade addosso con arroganza e definiamo le nostre onde e i nostri umori in confini di ore, perché abbiamo ancora bisogno delle ore. Perché alla fine delle nostre ore e alla fine della bufera ci siamo attraversati fino a farci ridere.

 

Nemmeno un attimo tua,

me medesima

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