Come cominciare il nuovo anno: i bilanci di Maria Elena

Come cominciare il nuovo anno: i bilanci di Maria Elena

Questa volta credevo mi sfuggisse di mente la lista dei bilanci, finché qualcuno non l’ha scritta al posto mio in quel modo brutale ma mai invadente che hanno le persone che ti amano di chiederti: “come stai?”. Ci vorrà pure un minimo di consapevolezza e il tempo giusto per dare un double check alla nostra vita fino a quel momento – non dal primo giorno ma almeno dallo scorso anno – per rispondere in maniera onesta a questa domanda.

Un mio amico molto caro, che di mestiere costruisce sognando e scolpisce la carta dei quaderni a righe, sostiene che:

I bilanci di Maria Elena

Io spero non abbia ragione, almeno non del tutto, perché ci sono alcune cose che ho scritto con la vita della mia vita sopravvissuta ancora in braccio proprio grazie a quei pochi e misuratissimi “come stai?” sinceri. Perché siamo eccezionalmente sufficienti a noi stessi da soli, ma a volte, di fronte a uno spettacolo naturale sarebbe bello fare quello che De Andrè fece con quel simpatico pastore nella sua tenuta in Gallura: chiedere “Ma tu, cosa ne pensi delle nuvole?”.

Non voglio questo sia posto al centro dei miei bilanci, ma voglio sia almeno citato: la bellezza di incontrarsi o rincontrarsi è stata una delle migliori scoperte di questo 2017, in cui  non solo ho conosciuto nuove persone, speciali come scrigni pieni di bellezza, ma in cui soprattutto ho provato molte volte l’ebbrezza e il gusto vivace del cominciare. Cominciare a fare la lista della spesa, cominciare a fare la spesa a stomaco pieno, cominciare a dimenticarmi la spesa nel bar sotto casa mia; cominciare a piegare le t-shirt e fare per la prima volta un cambio di stagione, cambiare playlist nel mio cellulare una volta a settimana, comprare un maglione di un colore inusuale. Dire di no quando non mi va, e dire di sì quando “chissà”, dire ai miei genitori che voglio prendere la rincorsa verso i miei sogni, dire al ragazzo che amo che i suoi sogni sono importanti. Cominciare a guardare finalmente Dr. House, correre il rischio di non sentire mai davvero la mancanza di qualcuno perché finché quel qualcuno è nei tuoi gesti non è lecito lamentarne l’assenza. Cominciare ad avere nostalgia della città che mi ha adottata e che presto lascerò per andare chissà dove, cominciare a stabilire i confini adeguati tra me e tutte le altre cose e persone del mondo, quei confini sani che ti fanno sentire a casa dovunque e dovunque in compagnia di te stesso. Ho ricominciato a sentire le stagioni, sul mio balcone che si affaccia sui tribunali, e ho cominciato a dipingere e ricominciato a scrivere qualcosa di nuovo, qualcosa che come un figlio mi porto in grembo e faccio crescere con tutto l’amore di cui sono capace.

All’anno passato ho deciso di lasciare molte cose che come fotografie di altri tempi, mi fanno ancora tenerezza e di ciascuna ho sempre qualcosa da raccontare, un dettaglio, un aneddoto un retroscena. Chi può dire, in fondo, cosa ci eravamo detti quella sera che abbiamo scattato una foto in cui compariamo tutti insieme attorno a un tavolo? Di alcune cose si riescono a distinguere solo i colori che le individuano ma i contorni sono cosa difficile da stabilire e tracciare.

Quest’anno ho imparato a smettere di sforzarmi di tenere aperti capitoli che si auto-chiudono, ho imparato che il rispetto di me stessa, il desiderio e il diritto di fare sciocchezze è una delle poche cose a cui tengo irrimediabilmente e che non posso lasciarmi scappare. Forse non è vero che solo a vent’anni è tutto “chi lo sa”, perché con un bel numero di mesi in più già sul groppone, ancora oggi la mia preghiera è la medesima: prego di non sapere cosa mi riserva il futuro, prego di non pormi il problema di come dovrò parcheggiare in quel posto molto affollato finché non saremo lì, io e la mia macchina, in quel posto molto affollato. E prego per il bene e la sua forza scardinante, che insieme con la bellezza, la libertà e l’arte, resta il mio mantra. E prego per i tuoi occhi di cui non smetto di sorprendermi, per le tue mani, di cui conosco ogni vena, per il triangolo di nei sulla tua pelle rosa puro, per le rughe che ti rendono annosa e madre, per le occhiaie e i capelli bianchi che ti rendono adulto e rassicurante; prego per le  vostre dita, che non smettano di farsi musica sulle corde, per il vostro affetto che tra una battutaccia e un altro caffè – anche oggi che ne ho presi già 4 – si fa sentire da chilometri, prego per le vostre risate e la nostra armonia, quella di un 2017 memorabile che non vede l’ora di lasciarmi il modo di raggiungervi. Prego per i tuoi occhi lucidi, di quando eravamo nella mia macchina e volevi abbracciarmi. Prego per le tue ali di farfalla che non smettono di volerti rendere più bella di quanto tu non creda di fronte allo specchio.

Non è finito il tempo in cui sulla carta scrivo un desiderio di cui non controllerò i progressi, è ancora il momento di cominciare, finché cominciare sarà la cosa più vera e spontanea di cui l’essere umano è capace.

Anche quest’anno vi consiglio di prepararvi la vostra dose quotidiana di buona musica, di vedere moltissime mostre, di fare almeno un biglietto con cui potrete raggiungere un posto nuovo o un posto del cuore, un barattolo per gli spicci a mo’ di svuota tasche in cui conservare i progressi del vostro sogno – perché li controlliate almeno voi, questi progressi, visto che siete più diligenti di me – aggiungere almeno un film e un libro a settimana alla vostra lista di cose consigliate, viste di sfuggita o sentite, e di appendere sul vostro frigo una frase che mi ricorda cosa mi fa sentire quotidianamente sempre meglio:

“Praticate gentilezza a casaccio ed atti di bellezza privi di senso.”

Bilanci di Maria Elena

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