“Cara ipotesi sfiorata, del non confondere l’amore” | Lettere mai spedite

“Cara ipotesi sfiorata, del non confondere l’amore” | Lettere mai spedite

Cara ipotesi sfiorata a mani goffe,

ti scrivo al mattino dopo l’ultimo mattino di quiete che contiene la tempesta. E ti scrivo, peraltro, con ricordi confusi – cerco in tutti i modi di tenere a mente l’ordine delle tue parole ma tu stesso, così a disagio, non avevi forse dato alcun ordine alle cose.

Da te vorrei sapere cosa resta di tutte le ore e della fatica fatta dietro le cose sbagliate, dietro i caffè e i the che abbiamo condiviso con imbarazzo, del punto in cui si è convogliata la mia saliva e il tuo dna.

Sembra marzo, per il semplice fatto che ti penso.

Da te vorrei sapere cosa hai visto sotto i vestiti, ora che hai capito che non ne ho mai avuti addosso, ora che ti sei sentito ancora nudo spogliandoti, ora che tutto è diventato tra noi una piega evidentemente incontrollabile e inappianabile.

E di tutte queste domande non riesco a immaginare nemmeno il tentativo di una risposta, perché io domando a te, che conservi sotto il palato tutte le parole e ti tieni sotto la pelle solo l’impulso di un bisogno discreto e un po’ sconcertante. E dalla pelle tiri fuori lacrime e sudore, poi traumatica sconfitta che si sgonfia come esplodendo nello spazio tra le mie labbra e le tue palpebre, sulle quali schiaccio un bacio.

C’è stato anche silenzio, quello di quando ti aspettavo e poi mi sono accorta che eri dall’altra parte della strada, quello di quando mi sono convinta che ci sarebbe stato sempre un difetto di comunicazione tra noi, se io non avessi rimediato escludendoti con ferocia e disincanto da ogni possibile eventualità concreta. C’è stato anche ridere, poco e perlopiù sotto i baffi, senza dichiarare ilarità – tutta perduta un mese fa.

Del toccarsi invece posso ricordare un dettaglio e poche altre cose: le mie dita incastrate tra una nocca tua e un’altra, in un momento gelido in cui mi sottrai la tua mano che avevo tanto osservato; posso ricordare poi la sazietà per le tue braccia nel trattenermi senza trascinarmi, in una tenerezza quasi tutta estemporanea e giocosa, sempre sul limite, sempre sull’orlo del “non si sa”. E dei tuoi occhi, perché guardarsi è stato, in lampi paurosi, completamente toccarsi. In ogni battito di palpebra una carezza dove vuoi e un bacio da non supplicare, e che nemmeno immagini.

La mia ipotesi sfiorata, e l’ipotesi di me: tutte cose che non hanno sgonfiato la tua curiosità, con la quale mi sono potuta trasformare in una venere stanca, con la quale ho potuto camminare fino a una panchina con un posto solo che dà le spalle a tutti quelli che non sono me e tutti quelli che non hanno qualcosa di te.

E questa è la maggior parte dell’inizio dei motivi per cui confondere l’amore non vale la pena, ne trovi notizia in tutte le cose che non faresti per me, in tutte quelle che hai faticato a dire senza sentirti interrogato, in tutte quelle che hai respinto senza accorgerti del tuo specchio, che ti guarda e chiede “sei felice se ti nascondi?”

 

Allora ho preso la rabbia e il ricordo del centimetro per scriverti, e dal momento che non mi ami ho deciso di non pensare ai tuoi occhi pallidi ma di comprendere il modo in cui ti fai schermo davanti ai miei dubbi. E questo è quanto ed è tutto quello che ho il coraggio di dire sul non amore.

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