Caro battito, anche il mio cuore è vedovo | Lettere mai spedite

Caro battito, anche il mio cuore è vedovo | Lettere mai spedite

Anche il mio cuore è vedovo se è vero che per te crescere vuol dire appassire, se dopo così tanti giorni diventati anni non ci sono più labbra che non ti fanno dormire.

Oggi è successo quello che succede da quando ho imparato a scrivere, mi sono svegliata e dovevo scrivere. Ma non è finita qui, perché quando una persona come me deve scrivere è perché qualche frase, qualche dettaglio, qualche parola, le stanno risuonando in testa. Ecco, mi viene già da piangere. Sono giorni che penso al mio cuore vedovo, con ogni probabilità qualche bravo poeta mi ha dato l’idea e qualche strano impulso che mi s’infila in mezzo alle costole mi ha spinta fuori dalle lenzuola per scriverlo a te.

Ed ecco, sono otto righe e sento che il mio cuore è più vedovo di quando ho cominciato a pensare che lo fosse, d’altronde scrivere le cose le rende più reali – si può dire “più reali”? A me pare non ci sia un’espressione più adatta, ma si potrà dire “più adatta”?

Sono ore e ore che il mio cuore s’ingolfa e balbetta, impacciato si riscopre timido e sempre in difficoltà di fronte a te, eppure anche tu sei uno che balbetta e parla raramente in maniera esplicita di quello che prova; è ancora più raro sentirti dire che stai male, sono quasi sicura di non avertelo mai sentito dire in tutti questi giorni diventati anni. Forse anche per questo il mio cuore è vedovo, ci sono cose con cui uno vorrebbe fare i conti mentre sta seduto per terra a tirare fuori la sua vita dalle scatole, e tra queste cose ci sono anche quelle poco piacevoli, essere felici full time non è che uno sforzo superfluo, credimi. E anche i tuoi occhi si sentiranno vedovi, credimi, te lo dice una che i suoi occhi li ha affogati senza interruzione per mesi, fino al primo giorno d’autunno… che è ormai diventato, in questa nuova legenda dell’universo, il primo giorno di primavera.

Forse tu pensi spesso che sono strana, che parlo tantissimo e uso parole difficili, e i miei discorsi sembrano sproloqui e che con il dono della sintesi che non ho – maledizione! – potrei dire – con pochissime parole, per la legge de’ pochi pensieri ma fissi – : “Il jet leg mi scombussola.”

È vero, non ho mai smesso di vederti salire su un qualche mezzo che ti allontana da me, e una volta erano le città, gli stati, un’altra il mezzo chilometro tra le nostre case al di qua e al di là della grande “T” di questa città, un’altra volta ancora i sogni che sembravano così impossibili, e un’altra ancora l’altra parte del letto come l’altra sponda del fiume.

È vero, non ho mai smesso di vederti tornare, spenderti in lacrime strane, in soluzioni veloci e baci che come dici tu “non c’è sempre bisogno di parlare, quattro occhi così come fanno a non guardarsi e capire?”

Insomma alla luce delle tue parole, delle cose straordinarie che ho scelto di prendere da questi moltissimi giorni diventati anni – che più scrivo e più si moltiplicano in eventi, cose fatte insieme, alti altissimi e bassi sfiorati attraversando la tragedia del dolore e della malattia – ho deciso di continuare a pensare e pensare.

E allora penso al prossimo treno, al prossimo aereo, al fatto che cerco di scriverti, ma finisco per descriverti, al fatto che se piove continuiamo a camminare e che ogni tanto vorrei dirti “ci fermiamo? Ci lasciamo inzuppare?”, e penso al mio viaggio imminente, e a quel viaggio che chissà dove mi vorrà portare e chissà quanti libri tirerà fuori da queste mani e quanti sogni mi farà impastare. E a quante volte ti vorrei chiedere per sapere da una risposta sincera “ma per caso anche il tuo cuore è un po’ vedovo se è vero che crescere vuol dire appassire? Ma è vero che le mie labbra non ti fanno ancora dormire?”

Cuore vedovo lettere comò mag.

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