Diario di una serata al cinema itinerante | Dynamoscopio, Milano

Diario di una serata al cinema itinerante | Dynamoscopio, Milano

Ho assistito a una cosa bellissima, speciale. Mi sono ripromessa, tornando in bici verso casa, che avrei dovuto scriverci qualcosa; ed ecco qua, per qualche temerario della notte.
Nel pieno di una congiunzione astrale per la quale quest’anno qualsiasi weekend io decida di rimanere a Milano le mie coinquiline non ci sono, ho deciso di andare a “Scendi, c’è il Cinema”.
Un cinema itinerante all’aperto, nei cortili dei quartieri popolari, l’avevo sentito qui e là, sui social… che vuoi che sia, ieri Netflix, oggi questo.
Beh, pedalo contenta, dal mio dorato quartiere Porta Venezia verso Lorenteggio, noto quartiere popolare meneghino.
Già all’arrivo rimango a bocca aperta. Mi aspettavo un cinema all’aperto come tanti altri, e mi trovo una festa popolare. Sdraio, famiglie sul prato con i teli, un chioschetto con le birre, ragazzi al banco con cartoni di pizza e fettone di anguria che distribuiscono ai presenti.
Pensavo di essere in ritardo e invece noto che Dynamoscopio, associazione che ha curato il tutto, sta ancora introducendo. Presentano il corso di italiano che gestiscono con le mamme del quartiere.
Quando sento, in uno dei video di presentazione, la giapponese che dice che la sua frase italiana preferita è “sogni d’oro, mi piace perchè quando la sento mi fa dormire bene” mi sciolgo.
Poi ci sono altre testimonianze, video e al microfono, un po’ in italiano un po’ in arabo ed è bellissimo.
Viene introdotto ufficialmente il film: lo introduce un abitante del quartiere di origini palestinesi.
Riesce in qualche minuto a riassumere il dramma palestinese e a introdurre il film, che parla di un ragazzino di Gaza che sogna di diventare un cantante famoso, e lo perseguirà nonostante le mille difficoltà che la sua situazione gli impone.

Inizia il film, ma il contorno e le piccole cose che mi accadono lungo la proiezione mi paiono tutte di una ricchezza superiore.

L’incredibile opera di collaborazione con una ragazza per riuscire ad accenderci la sigaretta a vicenda con il misero contributo di un accendino non funzionante, che ci regala un sorriso;
la signora di fianco a me che aveva in braccio un bambino nato l’altro ieri e sventolava senza sosta – con quella tenacia miracolosa che viene solo dalle mamme – uno straccetto per scacciare le zanzare, dandosi il cambio ogni tanto con la figlia più grande (8 anni massimo);
tantissimi bambini, bambini con in braccio altri bambini, bambine già mamme nel loro fare, che tengono in braccio neonati con una naturalezza impressionante che io ho maturato solo molto faticosamente a 26 anni con il primo nipote (e qualche gatto);
io che ogni due per tre devo spannarmi gli occhiali dalle lacrime perché il film mi fa piangere di brutto, quando solitamente è una cosa che al cinema non riesco mai a fare;
la signora che a un certo punto gira tra le sedie offrendo tenerissimi sacchettini di pop-corn (dio santissimo! che cuore!).

Poco dopo la ragazza alla mia destra che condivide con me le patatine del suo sacchettino (no, è troppo!)
Finisce il film e sono una bomba di lacrime a orologeria, sento che le zanzare mi hanno punto anche nei posti più insospettabili ma per una volta non mi lamento, non le sento.
Una voce ringrazia e chiede cortesemente se si può aiutare nel riportare le sedie.
Si crea un via vai di persone e bimbi che pigliano su la propria seggiolina e se la portano all’interno.
Il ragazzo che le raccoglie li ringrazia uno ad uno ed è felicissimo. “Che meraviglia” dice quando porto la mia sdraietta.
Non so se era perché ha visto la fila di allegri volontari che si era creata o perchè notando la mia faccia – che col suo rosso gonfiore comunica evidentemente: MI AVETE FATTO PIANGERE – se ne compiace.

Infine come se non bastasse, sono già a slegare la bici e un signore palestinese si avvicina con un vassoio chiedendomi se voglio assaggiare un pezzo di dolce tradizionale.
Niente, questo mi uccide proprio.
Sarà che ho gli ormoni sfasati, sarà l’influenza della chiromante cosentina che stamattina mi ha predetto un agosto pieno d’amore da un solo sguardo scambiato per strada… ad ogni modo tutto questo mi ha emozionato in modo esagerato. E mi sono accorta che alla fine non ero lì a vedere un film; ero lì a vivere un’esperienza di quartiere, di quartiere possibile, di vita comune, autentica, vera, di quelle che mi piace poter immaginare per la mia famiglia, un futuro. Dove tutto è così vero e genuino che non sai più se ti stai ancora commuovendo per il film, o per quello che stai vivendo nella vita vera.

…AH, e comunque The Idol è un film bellissimo. Certo che visto in questa cornice, lo è di più!

 

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