Diario d’esistenza: scoprire la propria Isola Felice

Diario d’esistenza: scoprire la propria Isola Felice

Quante cose avrei voluto non portarmi dietro nel viaggio per arrivare a Sperlonga. Tutte le volte che devo andare gli altri mi dicono di non scordarmi niente, e con fare saggio proiettano l’accurata implicita disamina dei miei difetti a luci spente sul mio corpo. Guardo il bagagliaio vuoto della mia macchina e penso che mai il mio corpo può essere un’isola, mai alla luce del sole, per adesso. Mai per voi, soprattutto. Come il mio corpo è fatto di circa sessantaquattro rami e incontabili foglie, così tutti i pezzi di terra, i muschi, i fiori, le piogge, le stagioni plausibili e l’erbetta ripiena di margheritine, non mi sanno stare lontani. Ma io vorrei il mare, il mare si può chiedere?

“Il mare si può chiedere” dice la nonna, che pure parla un sacco delle nuvole (quindi anche di cielo) dicendo “che guaio, le nuvole, sembra che siano lasciate dal cielo, sembra che siano quasi dalle nostre parti”.
Sì il mare si può chiedere, a chi lo può comprendere.

Mia madre fa ancora fatica a non infilarsi nella mia sera prima di partire, e nella mia valigia quindi, con i suoi asciugamani di scorta e quella manciata di principi attivi vari che “non si sa mai”. Ma quanti asciugamani di scorta avrei voluto lasciarmi indietro, per asciugarmi correndo nella stagione – qualsiasi stagione mi fosse capitata – quando sono stata a Sperlonga. Tutti hanno deciso cosa mi stava meglio, dai due giorni fino ai tanti anni che adesso ho in più. E “in più” a me sembra che ci siate solo voi, addosso a me. Quando cambio marcia e spingo il piede sulla frizione vorrei tanto alzare il volume delle mie canzoni, e imparare a farlo significa che qualche volta mia madre dovrà stare sul sedile del passeggero e infastidirsi un poco, per le mie canzoni, visto che non tutte le piacciono.

Sono tanti anni che mi chiedo – perché tutti mi chiedete – se voglio essere poeta, poesia o addirittura musa. Io scrivo perché tanto non mi è dato di smettere, e ho capito che voglio solo essere pilota, senza la pretesa di avervi a bordo, ma nella speranza di non perdervi e di trovarvi al traguardo a festeggiare con me la corsa finita e la festa al limite della mia domenica.

Cosa vuol dire accettarsi? Accettarsi vuol dire innanzi tutto correre per primo il rischio di scoprirsi e quello ancora più grave di piacersi. Tolti tutti i chili di aspettative, pretese e richieste delle nuvole, tolti il disappunto delle spore, le speranze dei germogli e i programmi dei bagnanti di sole che vogliono però stare al fresco della nostra ombra, comincia il viaggio più lungo – più lungo di quello per arrivare a Sperlonga.

Cos’è essere? Perché non significa per forza esserci? Perché a volte voglio esercitare il diritto di sentirmi senza capirmi, e togliermi di dosso il bisogno schiacciante di comprendere, soprattutto se deve essere “tutto” e “subito”, “qui” e “adesso”. Così vorrei poter non essere sempre dietro la porta, o pronta con la tachipirina d’emergenza nella porta accanto. Qualche volta vorrei stare in quarantena o essere musa solo della persona che sa mescolare le bevande e farle diventare magiche, o trovarmi nuda con lo specchio che anzi che assalirmi tenta di abbracciarmi, facendomi bella con tutti gli spigoli.

Ho deciso, ascoltandomi per tanti anni, che voglio anche io scoprirmi esistente, innamorata e salata, senza paura dei dubbi, senza dover per forza scongiurare le proiezioni di tutti, senza dover essere la più brava nei ruoli che mi fate cadere addosso, meschini voi senza saperlo e senza che io possa rendermene conto. Sono stata fino a qui la ragazza più fortunata che conosco, ho pianto incomprensione dai tre ai tredici anni, scoperto l’esistenza dell’altro e della reciprocità all’improvviso in un giorno di neve, coltivato la rarità del mio sentire litigando tutti i giorni con quelli che a modo loro mi volevano bene tra i quattordici e i diciotto anni. Poi ho accettato che la vita potesse fare regali meravigliosi fin da quando ho potuto leggere e scoprire che il mio tempo qui è così corto che non leggerò mai tutto quello che vorrei, ho potuto studiare in un’isola felice (perché la mia città può già essere un’isola e io alle volte già la imito), capire cosa mi spetta di diritto e scoprire cosa mi avete tolto, forte e felice di essere curiosa di cosa ancora mi posso prendere o riprendere.

E chi può contare più fortune di me che anche ora che vorrei essere un’isola mi sollevo e dalla terra vedo tante persone che mi salutano e che un giorno mi ameranno persino a prescindere dall’idea di me? Questo è il mio coming out, imposto dovunque a chiunque e senza esplicita richiesta, perché la vostra sensibilità ancora acerba e la vostra non totale prontezza non siano mai una giustificazione per escludere la mia esistenza, in tutta la sua essenza e con tutta la sua storia.

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Comò Mag.

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