La fermata fantasma del 38 | Lettere mai spedite

La fermata fantasma del 38 | Lettere mai spedite

Cara Chiara,

come stai? È quasi natale e scriverti mi sembrava il minimo. Ho saputo che ti sei laureata con un voto eccellente – così dicono le voci del mio corridoio – che adesso stai per trasferirti a Venezia per studiare arte, prendere in affitto un monolocale di quelli con il bagno senza finestra, passeggiare per i vicoli della città quando alle nove di sera non c’è più nessuno, trovarti un lavoretto che non ti fa sognare ed essere sempre bella e triste.

Ho sempre sognato di scriverti questa lettera, non tanto perché avessi qualcosa da dirti ma perché mi interessava capire come potesse suonare una lettera che comincia “Cara Chiara”. Non sapevo neppure se mi sarei sentito a mio agio con la carta e la penna, quindi ho cominciato a scrivere al computer, perché mi dava una certa confortevole sicurezza – quella delle cose che si conoscono e della possibilità di ritrattare in qualsiasi momento. Inoltre non mi sembra molto carino scrivere a una persona con cui si è molto arrabbiati, anche se tutti consigliano di sfogare il sentimento in questo modo, io mi chiedo spesso a chi potrebbe piacere ricevere una lettera piena di insulti. Come vedi quello che conta è sempre il punto di vista: mi pongo il problema di quanto sarebbe doloroso per te e mi precludo la possibilità di compiere un atto liberatorio.

L’autobus 38, da capolinea a capolinea, percorre una tratta di 45 minuti. Io non conosco tutte le fermate, per le abitudini che ho mi sarà capitato al massimo di starci dentro mezz’ora, ma in quella mezz’ora una cosa l’ho capita: c’è una fermata fantasma. Quando da Via Mengoli salgo sul terzo autobus – che gli altri due prima o li perdo o non passano – mi metto buono al mio solito posto, quello nella direzione opposta a quella del mezzo – è sempre libero, perché a quanto pare a molti da fastidio e nausea sedersi lì – e comincio a contare, guardando dove ci fermiamo di volta in volta. Succede sempre che una fermata venga saltata perché in effetti, la voce fredda degli altoparlanti recita “Giardini margherita” eppure non ci sono pensiline da quella parte di strada, e l’autista non accenna a frenare.

È finito anche il disagio, a un certo punto, quello che sentivo nei miei stessi panni che non erano più uguali a prima. E’ difficile capire chi sei quando per tanto tempo sei stato dentro qualcun altro, o viceversa. Eppure sono sicuro che tu questo disagio non lo abbia avuto, perché alle persone egoiste il disagio semplicemente non si addice.. il più delle volte.  O forse non è un fatto di egoismo, forse alla fine eri solo tu quella dentro di me, e io mai dentro di te; come si diceva  degli animali in quel romanzetto di poche pagine che ti piaceva quand’eri piccola, cioè che loro sanno tutto di noi e noi, invece, niente di loro.

È la verità, anche se meritavo di più.

Forse tu sapevi ogni cosa, perché sei sempre stata più forte e più grande, ma grande quanto quelli che fanno fatica ad ammetterlo. Credi sempre che dirsi forti sia debolezza?  Gli animali percepiscono chiaramente gli odori, riconoscono le persone e il loro stato d’animo; pensa alla farfalla sul ginocchio della protagonista del tuo romanzetto, ad esempio, oppure a quella volta che sei salita fino al quinto piano in ascensore piangendo fortissimo, e Ninni si è avvicinato muovendosi attorno alle tue gambe con agitazione, cercando di salirti in braccio.. voleva consolarti. Che sciocca mi sembra questa vita, se mi metto a pensare che ti credevo inconsolabile e non avevo parole per calmarti quella sera, e invece il gatto era sicuro di riuscire a farsi comprendere da te, senza poter dire niente.

Ed è stata quella, poi, l’ultima volta in cui ho sentito il tuo forte bisogno di me. Di lì mai più.

Perché come un animale, hai usato tutti i sensi in più che hai, e hai compreso che non ero la tua àncora, perché di lì a poco, dopo un dolore simile, una come te non avrebbe più avuto bisogno di àncore. E sapevi pure che questa lettera non sarebbe stata capace di vera rabbia, ecco perché riuscirai a leggerla, e magari persino a rispondermi in quel modo saggio e assennato che hai tu, quel modo che mette tutte le cose in ordine e che ti fa ai miei occhi più bella che mai.

Peccato per quella tristezza, io lo so bene che Venezia non è la tua città. Ma almeno  avrai tempo e modo di sentirti stupita e adorante di fronte a molte bellezze, ma soprattutto incerta e sperduta almeno per un po’ di mesi.

È forse la curiosità che ti ha salvato la vita; è forse la rabbia che mi fa imparare da te. Così, nella solita città, lungo il solito tragitto, prenoto una fermata fantasma mi alzo in piedi, ti auguro ogni bene e smetto di pensarti.

Tuo per sempre e senza speranza

Papà

Fermata fantasma lettere

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