Niside, siamo finiti anche io e te | 28 Aprile

Niside, siamo finiti anche io e te | 28 Aprile

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Torino, 28 Aprile

Ho raccontato per anni, attraverso la pittura, di fiabe straordinarie, sogni inenarrabili, insieme con dolori dilanianti, attese e aspettative disattese, finali strazianti. Non nego, certo, di aver raccontato anche cose banali, come gli amori che finiscono e basta, quelle storie di due che si guardano e non si riconoscono, quindi si voltano le spalle.

E oggi, all’improvviso, ho scoperto che può bastare. È finita scriversi, è finita cercare di fare tutto nel modo giusto, è finita sforzarsi di non far spezzare il filo, di non far versare il latte, di non perdere l’equilibrio camminando vicino al burrone, accarezzandone i bordi. Siamo finiti anche io e te, nei nostri caotici incontri di carezze e coltelli, nei nostri intensi entusiasmi, nelle mie lacrime, i pugni contro il muro – che non ti ho detto mai, ho dato pugni al muro anche quando ti ho perduta, la sera che ti conobbi – le tue mutande bagnate di gioia e noia, le mie mani sempre vuote.. che, avrai ragione tu: l’amore ti svuota le mani e le tasche. Allora non ti farò da genitore, e non mi farai da scusante, né da metafora, né più ormai da amante.

Siamo finiti Irene Tondelli

Mi sono svegliato stamattina e ho pianto ai piedi del letto, attorcigliato come un gomitolo: ti ho guardata senza vederti e, come sempre, ti ho cercata senza trovarti. Poi, accettato non senza resistenze, di essermi svegliato di nuovo in un letto vuoto, mi sono tirato su e ho preparato il caffè, bevendolo tutto fino all’ultima goccia; mi sono vestito, sono uscito, ho preso il giornale e l’ho fatto passeggiare insieme a me per le strade di Torino, sono entrato in una libreria che non conosco e ho deciso di ordinare un libro nuovo che ho già letto.

Entrato in questa lussuosa reggia dove la letteratura viene ordinatamente riposta negli scaffali, mi sono seduto su una di quelle poltroncine dove ogni tanto (senza farsi notare) trovano riposo i senzatetto, e non ho letto niente. Mi sono piegato poggiando i gomiti sulle cosce e lasciando cadere la testa nell’abbraccio delle mie mani. Ho fissato il vuoto pensando intensamente al giornale – che chissà dove sarà finito. Poi ho pianto un’altra volta e ho conosciuto il silenzio e l’indifferenza in un luogo in cui non puoi permetterti di fare troppo il sentimentale, dunque terminato questo breve momento di introspezione e disperazione mi sono ricomposto e sono andato in cerca di un romanzo di cui avevo sentito parlare giorni prima in una conferenza sulla letteratura migrante, (che nome orribile da dare ad un genere letterario, ma cosa vuoi farci, purtroppo rientra in questo campo anche una buona fetta di sociologia e le preferenze di quei noiosi accademici). Ho pensato molto a questa cosa di comprare un libro nuovo che ho già letto. “È la vita, dolcezza” si chiama ma la commessa non ha saputo aiutarmi, mi ha solo detto “se vuole glielo ordino”, “certo, la ringrazio”. E allora ecco che mi sono costruito un’altra attesa, qualcosa in cui credere, qualcosa che non c’è, qualcosa che si desidera.

Siamo finiti Irene Tondelli

Nel frattempo mi sono comportato da persona accorta e puntuale e mi sono presentato all’appuntamento con quella gallerista che tanto aveva a cuore i miei progetti; non mi sono ancora abituato all’idea che in questo ambiente la gente veda soldi dove i comuni mortali, quelli fuori dal mercato, vedono colori ed emozioni… ma come spiegare che, senza parafrasare, tutti devono mangiare?

Comunque, tornando a noi: ho incontrato la signorina Anita, a suo agio nei suoi 35 anni pare, e anche nel suo tailleur nero; abbiamo bevuto insieme un cappuccino e mangiato una fetta di torta, ci siamo sorrisi più volte e più volte abbiamo parlato di numeri finché non mi sono brutalmente aperto e tradito dicendo “non so se voglio ancora lavorare a questa mostra con voi, forse il progetto mi tocca troppo nel profondo e non sono pronto a condividerlo” arrischiandomi a mostrarle la mia infinita fragilità e la mia incapacità di scindere i sentimenti dagli affari.

Siamo finiti Irene Tondelli

“Cosa succede, Oscar?” mi chiede. “È l’amore, Anita.. tutte quelle storie complicate. Poi lo sa come finiscono queste cose, no?” domanda retorica. Da piccolo mi hanno insegnato che non si risponde a questa categoria di domande.  E invece lei mi fa, dopo qualche secondo di silenzio: “No, mi dispiace… io so solo come continuano, queste cose.”

Silenzio. Il gelo, la notte, gli uragani, le rivoluzioni, la storia che corre, il tempo che si ferma, le rivelazioni e il punto iniziale di un cerchio che tocca quello finale. Completo.


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Le fotografie di questa lettera sono di Irene Tondelli.
Per scoprire i suoi scatti seguite il suo profilo Instagram.

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