L’uomo senza abilità: tre racconti felici (ma non troppo, almeno apparentemente)

L’uomo senza abilità: tre racconti felici (ma non troppo, almeno apparentemente)

«Ho spesso sognato di trovare il Libro, il Libro assoluto e perfetto […]. Così continuiamo a cercare senza sosta per anni, finché comprendiamo che quel libro non esiste da nessuna parte e che l’unico modo per trovarlo è scriverlo noi stessi»

G. Agamben, Autoritratto nello studio, p. 137

 

«”Gamba“ – così lo chiamavano i suoi amici ironicamente da qualche tempo, anche se il suo vero nome era Michele – non  aveva nulla che non andasse, realmente: solo, lui si era convinto di essere disabile. E non è che lo pensasse solamente, di esserlo, ma lo faceva anche. Da un giorno all’altro, infatti, si era presentato a scuola su di una sedia a rotelle, e improvvisamente aveva avuto bisogno di qualcuno che lo accompagnasse in bagno, che lo aiutasse a mangiare, a mettersi a letto… Insomma, Gamba era diventato inabile a fare qualsiasi cosa, persino a leggere, cosa che fino a poco tempo prima gli riusciva molto bene ».

Con queste parole si apre l’ultima raccolta di racconti con un forte taglio saggistico di T/Qn, autore (o autrice?) senza volto, dal titolo: L’uomo senza abilità : tra afasia e argìa, incentrato non tanto sulla lingua e sulla sua potenza razionale (cosa in cui l’autore non crede – e non che il titolo suggerisca diversamente) ma proprio sulla sua mancanza. La raccolta, infatti, presenta tre storie di personaggi che, per una ragione o per l’altra, non riescono (o non riescono più) a parlare o a muoversi, o in cui il linguaggio verbale o fisico riesce ad esprimere solamente il suo esilio.tre racconti felici Comò Mag.

I personaggi sono certamente paradossali, ma, da come scrive l’autore nell’introduzione, « ci capita di incontrare, nelle nostre esistenze quotidiane, persone che noi poniamo fuori delle nostra cerchia, che ci sono eppure non ci sono allo stesso tempo, o che potrebbero quasi non esserci: questo, non già  perché non sappiano parlare, o camminare, o mangiare (ché allora sarebbe il caso di un dislessico/afasico, o di un diversamente abile), ma perché ad un certo punto della loro vita non riescono più a fare queste cose, e continuano, nonostante ciò, a vivere nel flusso dell’esistenza, come rifiuti che vengono trasportati verso il mare dalla corrente di un fiume. La loro eterogeneità rispetto al fiume è patente, eppure (anzi, proprio per questo) continuano a galleggiarvi ».

Oltre alla storia di Gamba, l’ultima nella raccolta, di cui avete già avuto modo di leggere uno stralcio, troverete anche quelle di Linda e Tiziona (che è ovviamente un modo non troppo carino per chiamare una donna di nome Tiziana un po’ in carne).tre racconti felici Comò Mag.

« Linda. Linda era il suo nome vero. Eppure, aveva anche un che di un soprannome: linda, pulita, per bene, immacolata… che lei odiava tantissimo e, per quanto era nelle sue possibilità , cercava di fare di tutto per dimostrare quanto quel suo nome/soprannome fosse inadatto a lei o, almeno, questo è ciò che sappiamo di lei dagli amici. E qui, se noi potremmo iniziare a pensare a lei come di una ragazza ribelle, che sfida le convenzioni sociali in un qualsiasi modo ci possa venire in mente, Linda ci dice No, non è così, fermatevi. Linda infatti andava in chiesa, faceva volontariato, cercava di essere affabile con tutti. Cosa è successo, allora, a Linda? E’ successo semplicemente questo, che, ad un certo punto, ogniqualvolta doveva aprire bocca per dire qualcosa, le veniva da piangere, e non riusciva più a dire niente. Nessuno sapeva il perché. Un eccesso di peso sulle spalle che crede di non riuscire a sopportare, dicevano gli amici di aver sentito dai genitori cui a loro volta avevano riferito i medici, Troppe responsabilità , Mancanza di autostima. Fosse quel che fosse, ma non c’era volta in cui, volendo dire qualcosa, la sua espressione non si deformasse per il pianto ».

tre racconti felici Comò Mag.Infine, Tiziona,  « che, un tempo, si chiamava Tiziana: era magra, bella, snella, ma che poi, ad un certo punto, ha avuto dei figli, si è sposata, è ingrassata, come molte donne, del resto, e ha iniziato a pensare che la sua vita fosse finita, che il massimo lo avesse già raggiunto e oltrepassato da mo’, come dicono dalle sue parti. E quando dico che si chiamava Tiziona, intendo quel si in modo letterale: lei chiamava sé stessa così. Tiziona, ad un certo punto, non ha rinunciato al linguaggio, o a qualche movimento, ma ad ogni movimento e ad ogni linguaggio; stava semplicemente immobile sul letto, a fissare il soffitto con gli occhi arrossati, eccetto qualche pausa per andare al bagno ».

Queste le introduzioni (o, almeno, dei pezzi) dei tre racconti. Ovviamente, non sono racconti che trattano di persone felici. Ma non per questo il tono che attraversa i racconti è pessimistico o eccessivamente malinconico, anzi. Come dice l’autore alla fine dell’introduzione, « ho voluto dare voce a chi solitamente non ce l’ha, o non riesce ad averla, e che raramente riesce a “comunicare” – a parole – tutto ciò che potrebbe. E il punto è esattamente questo: non può, perché in fondo non ha nulla da comunicare, se non la sua nuda fragilità, che è poi quella di ciascuno di noi. I protagonisti siamo anche noi, nella nostra intimità con coi stessi ».

Ah, questo libro non esiste. È solo una finzione: far pensare che esista.

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