Mohamed Challouf: intervista all’ombra del baobab

Mohamed Challouf: intervista all’ombra del baobab

Questa volta noi di Comò Mag siamo volati fino a Lisbona, dove presso la Cineteca Portoghese è stato proiettato il documentario Tahar Cheriaa a l’ombre du baobab. Il documentario parla di Tahar Chériaa, critico tunisino e  padre indiscusso del cinema panafricanismo e fondatore delle Journées Cinématographiques de Carthage: il primo festival del cinema in Africa e nel mondo arabo (1966). È un’opera audace e sincera su una delle personalità più importanti della cultura africana, e dei suoi amici collaboratori, e mette alla luce una cinematografia di cui non si parla abbastanza, ma che è più vivace che mai.

L’autore del documentario è Mohamed Challouf da sempre attivo nella promozione del cinema africano, soprattutto nel nostro paese, con innumerevoli iniziative e opere. Il regista era presente alla proiezioni e ha gentilmente risposto alle nostre domande sul film.

Mohammed Challouf

In tutto il suo documentario emerge chiaramente un messaggio: la cultura è il più grande strumento di unificazione che abbiamo. Questo concetto assume un significato ancora più potente se rapportato alla situazione africana, dove esistono delle forti divisioni interne tra Africa del nord e quella sub-sahariana.  Tahar Chériaa questo lo aveva capito molto bene e aveva capito il ruolo fondamentale del cinema in questo processo di unificazione. Qual è stato il principale insegnamento che Chériaa ha saputo darle in questo senso e quanto ha influito nel suo lavoro?

Sono stato veramente fortunato ad incontrare delle persone come Tahar Chériaa che è diventato per me un padre spirituale e un maestro. Lui mi ha permesso di fare altri incontri con cineasti del mio continente, incontri che mi hanno cambiato la vita e che mi hanno aperto gli occhi sulla ricchezza della diversità culturale dell’Africa. Prima di questi incontri e prima di andare nel 1985 per la prima volta al Fespaco, avevo anch’io, da nordafricano,  pregiudizi e stereotipi sul resto del continente.

Tahar Chèriaa mi ha aiutato veramente a superare le barriere che c’erano e ci sono purtroppo ancora tra gli africani del Nord e il resto dei popoli dell’Africa, barriere create dal colonialismo e prima ancora dalla terribile storia della tratta degli schiavi nelle quale sono coinvolti anche gli arabi.

Quando ho visto il suo documentario ho percepito un forte desiderio di riscatto e libertà artistica che ha portato alla nascita delle Journées cinématographiques de Carthage. La volontà di questi uomini di cinema di scoprire e di farsi scoprire al di fuori dei confini geografici e mentali. Qual è invece oggi l’ambiente artistico in Tunisia e in Africa?

Le Giornate cinematografiche di Cartagine sono nate dopo un bruttissima esperienza di Tahar Chériaa al Festival dei Berlino all’inizio degli anni sessanta.

Invitato a Berlino come critico cinematografico, Chériaa assiste alla proiezione di un film egiziano selezionato in concorso dalla direzione della Berlinale. Il giorno dopo scopre che alla conferenza stampa dedicata al film non c’era nessun giornalista o organo di stampa, ritrovandosi solo con l’equipe del film. In quel momento capisce che noi del mondo arabo, e del sud del mondo in generale,  eravamo in questo grande festival considerati di seconda classe, e che il film egiziano selezionato in concorso era in programma soltanto per “colorare” la selezione. In questo momento Tahar dice che ha sentito il bisogno di fondare un festival di cinema in Tunisia e in Africa per creare un’occasione d’incontro, dove il cinema africano e arabo fosse al centro del concorso e della programmazione, mentre il mondo intero è invitato ma resta solo “invitato” per invertire così  il ruolo di Cannes, Berlino e Venezia.

Siamo a 50 anni da questa brutta esperienza e le cose sono molto cambiate. I festival internazionali hanno già scoperto dei grandi autori come l’egiziano  Youssef Chahine, il burkinabé Idrissa Ouedraogo, il maliano Souleymane Cissé o il tunisino Nouri Bouzid.

Sebbene in questi ultimi anni produrre nel campo artistico è diventato più difficile sopratutto per motivi economici, la Tunisia e l’Africa e il mondo arabo hanno fatto passi importanti nella creazione artistica, che può contare su una produzione cinematografica assai consistente, che sarà per le prossime generazioni un punto di riferimento artistico molto importante. Negli anni sessanta, all’epoca della decolonizzazione l’immagine sull’Africa e sul mondo arabo erano fatta quasi al 100% da non africani,  con un punto di vista coloniale  e stereotipato.

Adesso l’Africa ha dimostrato e continua a dimostrare  la sua  grande creatività.  Abbiamo  migliaia di giovani artisti che cercano di esistere e competere con il mondo. Nel campo audiovisivo e con l’arrivo del digitale si è moltiplicata la qualità di produzione, anche se non tutte le produzioni possono vantare qualità e originalità.

In Tunisia, dopo la fine della dittatura di Ben Ali all’inizio del 2011 abbiamo una effervescenza culturale e artistica sempre in aumento malgrado i momenti difficili che sta vivendo il nostro paese causati da problemi economici e dalle difficoltà di questo percorso minato alla ricerca della democrazia e della libertà.

Mohammed Challouf

Lei descrive il suo documentario come: “un dovere di memoria: per trasmettere alle generazioni future quello che non sanno”. Qual è, secondo lei, il ruolo dei giovaniartisti africani e quali errori devono evitare? Qual è il suo augurio per le prossime discussioni sotto i Baobab?

Sì, il mio film è un dovere di memoria, anzitutto il lavoro fatto da me come produttore e regista vuole essere una partecipazione e un contributo alla memoria, ho prodotto due film realizzati da Mahmoud Ben Mahmoud Italiani dell’altra riva e Anastasia di Biserta, due  documentari sulla presenza e la storia della comunità italiana e quella russa in Tunisia. Ho poi realizzato il film Ouaga capitale del cinema dedicato al Fespaco di Ouagadougou e ultimamente questo film sul fondatore del Festival di Cartagine. Ho cominciato a interessarmi di memoria e di archivio facendo prima il fotografo poi l’organizzatore in Italia di eventi culturali, mettendo in primo piano l’aspetto della  scoperta dell’altro e della sua cultura,  prima di ogni altro scopo. Inoltre ho avuto sempre anche una nostalgia per il passato anche quello molto lontano, non vissuto da me, come quello di prima dell’eruzione del Vesuvio su Pompei.

Gran parte della della sua attività lavorativa si è svolta in Italia tra Perugia e Milano. In che modo nel nostro paese è visto il cinema africano? Quali sono le difficoltà o le resistente che ha incontrato nella promozione di questacinematografia?

Ho passato più di 30 anni della mia vita a cercare di dialogare con la culture dell’Italia, il paese che mi ha adottato. Per me doveva essere un dialogo a doppio senso. Attraverso iniziative sostenute da enti locali  e amici italiani facevo arrivare le Culture del mio continente in Italia e portavo la cultura italiana in Tunisia invitando artisti, critici cinematografici, musicisti a partecipare ai festival tunisini. È vero che dopo 30 anni la situazione è cambiata e da una o due eventi culturali sull’Africa in Italia oggi ci sono parecchie occasioni per conoscere le culture dell’africano o dell’arabo, con occhi diversi di quelli dei media italiani che spettacolarizzano tutto e contribuiscono a diffondere solo  stereotipi, provocando la creazione di malintesi e pregiudizi. Ma l’Italia, in questo momento difficile per il nostro pianeta, soffre molto di quello che fa soffrire le società del sud del mondo, ovvero la mancanza di considerazione da parte dello stato all’importanza che rappresenta la Cultura e l’Arte nella crescita di noi essere umani. Le opportunità che ho avuto per fare le cose in trent’anni e il sostegno dato in quei anni dalla Provincia di Milano, il Comune di Perugia, Nigrizia e i comboniani di Verona… è impensabile oggi, adesso si tratta di gestire le urgenze e trovare una soluzione per fermare questa pazzia, diffusa in tutto il mondo.

Mohammed Challouf

Il nostro blog è un Comò con una miriade di cassetti pieni di nuove idee e tanta arte, ma tutti noi abbiamo dentro di noi i nostri “cassetti” personali. Cosa c’è dentro il suo cassetto?

Nel mio cassetto c’è il sogno di creare finalmente la cineteca tunisina che ancora non abbiamo. Ci vantiamo di avere da 50 anni il primo festival di cinema d’Africa e di tutto il Mondo Arabo, le Giornate Cinematografiche di Cartagine  create nel 1966 da Tahar Chéria e nello stesso tempo non abbiamo una cineteca. Questa è una grande contraddizione perché chi dice 50 anni di festival dice anche almeno 50 anni di produzione di memoria cinematografica tunisina da valorizzare. E chi dice cineteca dice anche strumento essenziale per conservare, restaurare e preservare l’archivio audiovisivo nazionale. Abbiamo anche un sacco di materiale cinematografico tunisino disperso in vari parti d’Europa da ritrovare e valorizzare.

In un altro cassetto c’è sicuramente il progetto di finire un documentario su un gruppo di antifascisti italiani in Tunisia che assieme ai militanti della lotta per l’indipendenza della Tunisia sono stati condannati a morte per difendere i loro ideali, subendo persecuzione e tortura.

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