Le cose che non canto | Lettere mai spedite

Le cose che non canto | Lettere mai spedite

Carissima principessa,
oggi ti scrivo da un’altra città in una mattinata di sole ghiacciato che ha i secondi contati.

Ero convinta di avere più tempo di così, ma mentre pensavo a cosa raccontarti questa volta i minuti sono volati, ed eccomi che devo mettere alla prova le mie abilità dattilografiche. A quanto pare tutte le frasi fatte sul tempo sono vere: alcune cose non tornano. Con questo non voglio dire che tu debba avere paura di sbagliare.. sai come sono fatti i miei consigli: sempre finali aperti e tutto è nelle tue mani, perché  tu saprai scrivere storie.

Oggi ti voglio raccontare la storia e i dettagli di una fine e, per una volta, mi farò coraggio a scriverti le cose che di solito non canto, perché mi riguardano troppo e perché ancora alcune canzoni mi fanno soffrire, dunque le rifuggo. Ma a che serve fuggire da te? Tu hai così bisogno delle mie parole e pure dei miei rammarichi, della mia profonda umanità e di questa fragilità adamantina, della quale ho imparato a essere orgogliosa. Ma non perdiamoci in chiacchiere, torniamo alla nostra storia.

L’ultima volta che sono andata a chiedergli di salvarci era primavera, il pieno della primavera e il pieno del rischio. Seduta per terra, dopo l’ennesima mattina in cui lavarmi la faccia ricominciava solo una giornata, azzerava i cronometri di Luisa, rallentava l’effetto dei principi attivi di tutte le cose e di tutte le persone.

Da seduta per terra non accettavo una primavera così, e per “così” intendo la sensazione di estraneità e al tempo stesso l’esaurirsi della pazienza che ormai sentivo sotto la lingua, tra le dita, nelle cavità delle orecchie. Non era nemmeno colpa sua, con la primavera io non so trattare le questioni di cuore, perché ho un’ansia nella pancia che mi fa perdere la ragione; perché con l’ansia di voler mangiare tutto a tutti costi s’aggrava la fame e tutti i desideri di cui sono capace si alzano in piedi, si dispongono in fila, chiedono attenzione.

Starsene non è facile per chi ha imparato a muoversi, per chi ha dovuto fare esperienza della paura, per chi pensa che voler volare faccia parte dei propri diritti rivendicabili. Sarà per questo che a terra non ci facevo una bella figura, e mi tiravo su con poca calma, mentre lui non dava retta alle mie parole, mentre lui ascoltava per rispondere e non per capire; sarà per questo che mi tiravo su a stringergli le mani, a chiedergli felicità, a supplicarlo di aiutarmi a non dissipare la magia.

Sicuramente di giovedì o di venerdì avevo già messo in atto rimedi spontanei e cercato di guardare bene a dove fossero le mie ulcere e, senza l’aiuto di Luisa, che mi era tuttavia molto moltissimo cara, avevo capito quale condotta mi si addicesse di più.

Dopo aver detto cose tragiche, immaginato e anticipato pericolosi epiloghi, ci recammo in cucina dove Filippo e Francesca ridacchiavano e si godevano i loro ordinari inside jokes. Ci offrimmo in pasto alla loro fretta, parlammo tutti insieme di come andava il paese, di cosa succedeva di banale nello stress delle nostre vite e, calcolando bene i tempi, cucinammo insieme fagiolini e patate per condividere la cena. Il pinzimonio lo preparavamo io e Gioele, nessuno degli altri ne aveva mai sentito parlare. Eravamo bravi a fare i bastoncini di carota. Non eravamo i più bravi, s’intende, ma eravamo capaci e soprattutto avevamo capito come condirli. Sapevamo fare le nostre liste di “What I’m grateful for”, non sempre si riusciva ad aggiustare di sale la ricetta fissa di ogni settimana, ma almeno si riusciva ad arrivare puntuali al lavoro e a non mancare le scadenze sul calendario. Quella cena finì in risate moderate, battute brillanti e niente fu disatteso. A parte le solite cose, s’intende.

Me ne stavo di nuovo, dopo due giorni, tra i miei calcoli aritmetici e le sciocchezze che volevo annotare sui miei taccuini. E pure lui se ne stava abbastanza, come un ponte da un piede solo in un corridoio vuoto. E io così, un corridoio accanto, ponte anche io con un piede solo, e sforzi, dolori, pianti e altre ulcere, fino a sfondare i pavimenti, fino a piangere con la rabbia di quelli che vogliono restare anche quando tutti se ne sono andati. Con la rabbia di chi, in piedi, con un piede solo, non ci può stare. Soprattutto se di spalle, soprattutto se lontano, soprattutto se pensare che tutto l’amore del mondo debba dartelo un altro, e non tu, e non tutti. Alla fine della sera, dopo due giorni, finiva la paura, cominciava la fine; e così tutti e due ce ne stavamo e sembrava di nuovo inverno: avevamo sparso tutto, chiuso i sogni, cominciato a smettere.

Ancora piena di fretta, ma con la promessa di un’altra storia
tua Alice

Scopri le altre Lettere mai spedite.

Leave a Comment