“Caro Mauro, di quanto non mi sento” | Lettere mai spedite

“Caro Mauro, di quanto non mi sento” | Lettere mai spedite

Caro Mauro,

mi hanno riferito che hai chiesto se domani avrei potuto riceverti o se, in alternativa, stanotte, come le notti di quando eravamo giovani, avrei potuto chiamarti appena rientrata a casa. Non ci ho pensato tanto, né al tempo né all’opzione più vicina al fattibile. Ho pensato a me, in una grande nausea di me, e ho preferito come sempre scrivere, e non solo perché è più mattina che notte ma anche perché oggi – magari solo oggi – non siamo sicuramente più giovani. Mi sono chiesta cosa ti avrei detto se ti avessi incontrato, magari in una stanza tutta verde nella quale in silenzio mi avvicino a te e ti tocco il naso. Ma per noi due è difficile incontrarsi nella stessa stanza di cartone o cartongesso, residui di sogni interrotti e cime d’onde, e questa è un’immagine di ieri che abbiamo superato e che abbiamo imparato a non menzionare.

Avrei pensato un sacco se avessi avuto il tempo e i nervi saldi, ma non avevo nessuna di queste due cose e neppure la luna in mercurio (qualsiasi cosa voglia dire). Infatti scrivo – finisco per scriverti – senza direzione e bruciando i contenuti con la velocità della musica e del bisogno di scrivere per scrivere – oppure per vivere. Mi sorprende ancora molto la tua esistenza nella mia, anche quando non posso affacciarmi alla ricerca della tua ombra, ma è anche per questo che ho incontrato la tua finestra; non parlo di luce, parlo ancora di luna.

La mattina mi sciacquo la faccia proprio pensando alla luce: come sarà? Ci sarà del sole? E quel blu, da cui siamo dipendenti, farà migliore questo cumulo di ore faticose e tutte uguali? Cosa risolverà il dolore di un colpo imprevedibile e cosa farà quotidiana e accettabile la sorpresa non gradita? Sai, le persone non si accorgono di esistere e in una vita intera si lasciano inghiottire dal lavoro e dalla velocità – quella lenta e inutile – per più della metà del tempo. Questo mi spaventa, questa infelicità che non ha tempo neppure di dichiarare la propria problematicità, e allora per calmarmi ripenso a quando in una lontana primavera di quando neanche ci conoscevamo bene mi dicesti: entro 10 anni devo essere libero. Vorrei dirlo a chi mi gira intorno e ripetermelo più spesso, ma ho pochi specchi con cui provare e solo tanti minuti di cui tenere conto.

Chissà se ti ricordi che c’è stato un momento di un anno fa in cui ho pensato “mi sento ma non mi capisco”, un altro in cui mi sono detta “mi sento ma non fruisco di me”. Oggi non so cosa direi. Che a volte non mi sento, che a volte non passa il tempo e che altre volte passa tutto insieme, che non so più cosa sia eterno e che forse l’eternità non mi interessa ma che le nuvole sono pesanti perché hanno tutto il peso della pioggia e delle volte in cui il mondo si è spaccato e la pancia del mare si è fatta più grande di quella dell’universo, facendomi algida e malinconica e una persona banale con poche risposte. Forse mi interessano ancora le domande ma non ho i nervi saldi e neppure il tempo. Forse mi manca sentire, mi rimane solo la gola stanca e la testa poggiata sulle gambe di Leo che dice dalla panchina di questo parco silenzioso “la luna non si vede”, oppure mi mancano i treni presi per fare le cose al rovescio, mi manca essere sicura di non potermi offendere mai e che il mare mai mi stanchi (perché il mare mai mi stanca) e che l’immaginazione del danzare sulla collina sia più bello di dire senza avere lucidità e senza nervi saldi di avere il cuore a pezzi, quando in realtà andrebbe solo detto “mi sento il cuore piccolo”.

Con mancanza e sete,
Emilia

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