Odio: arriva la nuova minaccia ambientale

Odio: arriva la nuova minaccia ambientale

Negli ultimi mesi le luci sono tutte puntate sulla plastica. Qualcosa si sta muovendo e la crescente attenzione alla salvaguardia dell’ambiente ci fa ben sperare per il futuro.

Un altro grande nemico, però, minaccia il nostro pianeta, subdolo come un Cotton fioc gettato nel wc, dannoso come i resti di un pic-nic abbandonati sulla spiaggia. Questa sostanza che inquina l’ambiente in cui viviamo, si chiama odio manifesto. A produrlo non sono perfide aziende che scaricano residui nocivi nei fiumi, o industre del male che disperdono nell’aria fumi tossici. No, i principali produttori di questa nuova minaccia sono le persone con parole rabbiose e mani fulminee su tastiere roventi di Pc e Smartphone.

Il disprezzo per l’altro è ormai tranding topic, vanto da mostrare a quante più persone possibili. Non mi dilungo, però, ad approfondire il tema dell’odio manifesto, perché già la scorsa settimana ho dedicato un articolo a questo tema sul Comò (se vi interessa, potete recuperarlo qui). Oggi, infatti, voglio concentrarmi sull’impatto ambientale che ha l’abitudine, sempre più diffusa, di parlare spesso e male di ciò che si conosce in maniera superficiale.

Le microplastiche dell’odio

Quando ci troviamo faccia a faccia con l’odio manifesto, magari mentre scorriamo la home di Facebook o captiamo discorsi dei nostri vicini di tavolo al bar, la prima reazione è la fuga (reale o mentale). Ingenuamente crediamo che basti distogliere l’attenzione per dimenticare tutto e purificare la nostra mente da questo disprezzo con cui siamo entrati in contatto. Non è così.

Non basta bere, tutto d’un fiato, una delle nuove short-serie di Netflix, o trascorrere un bel sabato pomeriggio di shopping su Zalando per azzerare l’odio che ormai è entrato in contatto con noi. Proprio come le microplastiche inquinano i nostri mari, senza che possiamo accorgercene ad occhio nudo, così l’odio manifesto si insinua lentamente nel nostro cervello, disperdendo residui nocivi al nostro organismo.

Se finalmente ci siamo resi conto che produrre, ogni anno in Europa, 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica non è proprio il top, quando inizieremo a regolamentare l’emissione di odio?

Ricicla l’odio manifesto

Per ridurre la produzione ostentata di odio, mi sono venute alcune idee. Si potrebbe iniziare con le “date di nascita alterne”, giornate in cui a rotazione solo chi è nato un giorno pari (o dispari) può circolare liberamente su Twitter e offendere a caso chi crede.

Un’altra misura per il contenimento delle emissioni di disprezzo potrebbe essere la raccolta porta a porta. Più o meno funzionerebbe così: il martedì e il venerdì passerebbe a casa tua un estraneo e tu potresti insultarlo liberamente per 5 minuti. Non di più.

L’idea che più mi convince, però, è il riciclo dell’odio. La mia mente, alla parola riciclo, va subito ai mercatini più cool dell’handmade dove giovani designer utilizzano materiali di scarto per creare innovativi oggetti e accessori.

Se vecchi bulloni possono diventare bigiotteria di tendenza, camere d’aria vengono trasformate in borsette e portafogli e tubetti del dentifricio trovano nuova vita come astucci porta tutto, perché l’odio non può essere riciclato e trasformato in altro?

La cosa è molto più semplice di quanto credi, come dimostrano le immagini che accompagnano questo articolo: tutte 100% recycling e odio-free. Il disprezzo ostentato dai vari Fabrizio, Antonio e Daniele è stato raccolto dal web e trasformato in un contenuto più positivo e divertente.

Inizia ufficialmente la campagna Ricicla l’odio perché siamo stanchi di subire passivamente questo fraintendimento della libertà d’espressione. Siamo certi che insieme riusciremo a raccogliere tanto disprezzo abbandonato sul web e a dargli nuova vita. Ci dai una mano?

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