Out of Place Artifacts: la nostra musica lontano della viralità a tutti i costi

Out of Place Artifacts: la nostra musica lontano della viralità a tutti i costi

Persone belle che fanno belle cose

Avete voglia di ascoltare qualcosa di ispirante dopo una dura giornata di lavoro? La vostra testa ha bisogno di un break dopo il tanto studio o semplicemente volete aggiungere qualcosa di nuovo alle vostre playlist su Spotify? Oggi vi consiglio non una, ma ben 6 persone belle che fanno belle cose. Loro sono gli Out Of Place Artifacts, e la loro musica, piena, intensa e sognante è capace di rapire e coinvolgere tutti i sensi (provare per credere). Li ho incontrati in occasione dell’uscita del loro album d’esordio e, con la delicata discrezione che ci contraddistingue, ho sbirciato dentro il loro cassetto.

Ciao OOPArt! Chi siete?

Ci è sempre piaciuta l’idea di spersonalizzare gli Out Of Place Artifacts, separare cioè le nostre singole identità dalla musica che proponiamo. Per questo ci piace definirci un “collettivo”, dove ognuno di noi ha una sua esistenza musicale che si incrocia con gli altri dando linfa a questo progetto. Quindi se dovessimo rispondere alla tua domanda di “chi sono” gli Out Of Place Artifacts, ti rimanderemmo al nostro artwork: una serie di elementi dalle forme un po’ spigolose e non combacianti, ognuna diversa dall’altra senza esser pienamente riconoscibile nell’insieme.

Out Of Place Artifacts

Cosa c’è nel vostro cassetto? 

Per molto tempo nei nostri cassetti c’è stato il nostro disco, che abbiamo scelto di pubblicare da soli, con le nostre gambe, tentando di fare una produzione importante, rivolgendoci a professionisti come John Davis dei Metropolis di Londra. Non è stato facile ed ha chiesto molto tempo, ma finalmente questo disco è uscito dal cassetto.

Out Of Place Artifacts

Mettiamo un po’ di musica, chi o cosa vi ispira di più?

Siamo piuttosto diversi tra noi, anche negli ascolti. Certamente abbiamo trovato il nostro terreno comune in un certo modo di fare pop colto dalle tinte new wave dei The National, R.E.M., Neutral Milk Hotel, Arcade Fire, per citare alcuni grandi nomi. Ma negli OOPArt albergano forti pulsioni verso lo shoegaze come per il roots folk, per la dark wave come per l’elettronica, per il post rock come per l’idm senza dimenticare pesi massimi come Bowie, Dylan, Eno e Byrne.

Solitamente i gruppi nascono un po’ per gioco nei vecchi garage. Nel vostro caso com’è andata? 

Suonare insieme è stata una conseguenza stessa della nostra amicizia, che risale addirittura ai tempi delle scuole medie. Qualche disco tipo Ok Computer dei Radiohead, Up dei R.E.M. e Trans Europe Express dei Kraftwerk ci ha suggerito l’idea di suonare alcune cose insieme. È stato tutto molto semplice ma anche molto difficile. Essere amici, o ancor peggio fratelli, significa non avere molti filtri. Litighiamo spesso tra di noi, ma onestamente in maniera produttiva. Per noi è molto importante quello che stiamo facendo e siamo molto severi con noi stessi. Oltreché perfezionisti.

Avete fatto vostro il nome Out of Place Artifacts, termine utilizzato per indicare oggetti di difficile collocazione storica. Vi sentite fuori luogo?

A circa 17 anni partimmo tutti insieme per una vacanza nel parco dei Monti Sibillini, pensammo addirittura di trasferirci a vivere lì. Per noi è stata una vera e propria fuga verso quelle terre selvagge e lontane da questa socialità, raccontata poi nel video di Little Boy. In un certo senso, come capita spesso, ognuno di noi matura un certo disagio interiore, un male di vivere. Nel nostro caso è stata una delle cose che ci ha spinto a mettere tra noi e il mondo la serranda di un box.

Ci teniamo anche a dire che oggi ci sentiamo enormemente distanti da questa logica della semplificazione, della viralità a tutti i costi. Noi non vogliamo essere virali. Non abbiamo mitomanie. Mettiamo davanti a tutto la nostra musica, che richiede tempo.

Vengono classificati come OOPArt reperti archeologici che si suppone non sarebbero potuti esistere nell’epoca in cui sono stati datati. Se aveste una macchina del tempo, in quale epoca andreste a vivere?

Questa. Ma se avessimo la possibilità di forzare la dimensione temporale, lo faremmo per poter vivere più lentamente.

Lo scorso dicembre è uscito il vostro disco d’esordio, come sono nati i brani che lo compongono?

Gran parte di questi brani ha una storia molto lunga ma quasi tutti hanno un tratto in comune: sono delle composizioni corali, ognuno offre il proprio contenuto nei brani. Su questo sicuramente la composizione di Vetiver è esemplificativa: la prima parte del brano è stata scritta da Andrea, chitarrista, ma è stato Alessandro a scriverne la versione definitiva trasponendola sul pianoforte. La questione si è capovolta nella seconda parte, scritta per pianoforte ma suonata principalmente da Andrea. Giorgio è rimasto colpito dai movimenti delle voci e ci ha costruito immediatamente gli archi mentre Riccardo ha cambiato la linea del basso solo quattro giorni prima di registrare tutto, senza avvertirci per non avere rotture di scatole da parte nostra. Finita la parte strumentale passiamo a batteria e voce, che contrariamente a come avviene spesso, vengono aggiunte solo successivamente nel rispetto assoluto delle dinamiche e dell’impalcatura armonica e melodica del brano.

Dell’attuale panorama musicale italiano, chi vi piace e chi ci consigli?

Lo diciamo senza superbia, davvero, ci sentiamo molto distanti dalla produzione musicale italiana. Crediamo che sia profondamente influenzata da una cultura cantautoriale che da decenni e decenni canalizza univocamente l’attenzione degli ascoltatori. C’è un’enorme attenzione del pubblico per le liriche e molto poca per la musica. Esistono eccezioni, ovviamente, ed eccellenze anche da noi, ma bisogna cercare lontano dal mainstream.

Che progetti avete in cantiere?

Ognuno di noi è impegnato in altre produzioni, ma stiamo terminando la scrittura del secondo disco i cui brani verranno suonati live insieme a quelli di “OOPArt”.

Che sogni avete nel cassetto del Comò?

Suonare insieme a Efrim Menuck (Godspeed You! Black Emperor), James Holden e Peter Buck (R.E.M.). Con Brian Eno a curare i suoni.

Ringrazio gli Out Of Place Artifacts per la bella chiacchierata! Ora non vi resta che andare ad acquistare il loro album su iTunes o aggiungere i loro brani alla vostra playlist su Spotify. Noi ci vediamo presto, con nuove persone belle che fanno belle cose!

Persone belle che fanno belle cose

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