Mia cara, tu da sola e quello che resta | Lettere mai spedite

Mia cara, tu da sola e quello che resta | Lettere mai spedite

Cara mia e poi non tanto,

è quasi finita la settimana, febbraio e l’inverno.  Il freddo sembra aver lasciato posto a quel che rimane della neve sciolta: acqua sporca.

I grandi spettacoli si consumano e le giornate peggiori finiscono come quelle più gradevoli, non si può applaudire lungo tutto il corso di una rappresentazione, e persino la neve è come se avesse un’altra faccia a seconda del momento della vita in cui ti capita di incontrarla; fino a dieci anni, per me che abitavo in un posto vicino al mare, era il desiderio più grande di ogni inverno e anche il meno realizzabile – come ogni giovane desiderio che si rispetti – ora ho superato sia la fase dello stupore che quella del mare e quando nevica ho l’elegante pretesa e la faccia di culo di arrabbiarmi perché il 27 salta almeno 3 corse l’ora, scivolo se non sono sui sampietrini, quell’odioso spiffero alla base della finestra del mio balcone mi catapulta nel paese di Babbo Natale e non riesco a più a commuovermi. Vivere in città è una cosa diversa, e pure essere grandi.

Un sogno infranto quello di te e me dentro le pagine, dunque ti scrivo io da solo, perché possa ferirmi e sconvolgermi meno il fallimento. In fondo non è facile far capire alle persone intorno a te che tutto va troppo veloce per dire “pausa” o per azzardarti a sperare di poter scendere dalla giostra, e queste ti sembreranno una caterva di scuse ammuffite e riciclate e “ops! mi sono dimenticato di incartare il regalo”, ma la verità è che non ce la faccio; perché so fare ancora bene un gran numero di stronzate: la satira sociale, l’osservazione acuta dei limiti degli esseri umani, far diventare pittoreschi quadretti i viscidi convenevoli tra conoscenti, l’asta del fantacalcio, avere un’opinione sull’attualità e la politica, scrivere per ricordarmi di vivere, dare il contentino ai miei sogni con i libri che leggo ogni sera, soddisfare le esigenze degli altri e del mondo che ti vuole sempre più pronto, sempre più freddo e sempre più disilluso. Forse è così che ho smesso di pensarti, e di raccontarti dentro le poesie, non so più ricamarti addosso difetti e pregi che ho immaginato, né era più possibile aprire un varco tra il tuo mondo e il mio mondo, che con un balzo superasse i metri di linee bianche tra le nostre città.

Forse avevi ragione a dire che l’estate è giugno e che tutto quello che c’è dopo, giorno dopo giorno, è attendere settembre o rimpiangere il fresco della primavera: non siamo abituati ad essere felici oggi, qui e adesso, e se riusciamo a conquistare la capacità di esserlo, non dura mai troppo a lungo. Infatti il mio entusiasmo si è bloccato, si è esaurito, come un amplesso precoce. Forse non mi porto più il sole dentro la valigetta – adesso ho una valigetta, non uso più gli zaini – e tu non riesci a vedere nessun raggio, e dietro alla tua tazza spumosa di cappuccino mi chiederesti ancora: “Mi prometti di non dimenticarti di me?”.

E’ così che resta speciale almeno il ricordo della passione, della sintonia e del fervore prima di arrivare appena al di là della linea, appena prima che diventi difficile andare avanti, perché penso ancora che se mi chiedi di non dimenticarti mi stai chiedendo di non dimenticarmi, e quel giorno avevo capito tutto sbagliato, allora non ho fatto quel passo in più che mi portasse al di là del sogno e ho lasciato te dentro le pagine e io sono rimasto da solo qui. Il caffè si è seccato sul fondo della tua tazza, lavarlo sarà difficilissimo e so che come sempre lo farò con distrazione, dunque rimarrà un alone e io di nuovo con le mani vuote penserò a quando mi hai chiesto “Mi prometti di non dimenticarti di te?”.

Alla fine di questa settimana e alla fine di questo inverno, niente di fatto. Solo acqua sporca.

Sola Lettere mai spedite Comò Mag.

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