Sophie Ko | Occhiali rosa

Sophie Ko | Occhiali rosa

L’incontro con l’opera di Sophie Ko è avvenuto gradualmente, le sue opere si sono adagiate dentro di me e poi sono riemerse con grande potenza. Vidi un suo lavoro, uno soltanto a Milano, e successivamente quando a Bologna m’imbattei in una sua mostra personale alla galleria de’ Foscherari la elessi una delle mie artiste preferite. Condividere questa intervista è un grande piacere e le risposte di questa delicata artista, come le ali di farfalle che introduce in alcuni dei suoi lavori, sono meglio di qualsiasi introduzione.

Ciao Sophie, ti do il benvenuto sul Comò, per cominciare ti chiedo cosa c’è nel tuo cassetto?

Sì, una bella domanda. Nel cassetto ho un po’ di tempo.Occhiali Rosa Sophie Ko

Polittico Terra, courtesy galleria de’ Foscherari 

Hai origini georgiane, cosa ti ha portata in Italia?
La mia prima formazione è stata all’Accademia di Belle Arti di Tbilisi. Poi ho scelto l’Italia per la pittura rinascimentale. È difficile pensare alla pittura senza pensare all’Italia.

Nelle tue “Geografie Temporali” spazio e tempo si trovano connessi e resi visibili a chi osserva l’opera nella polvere che compone l’opera, elemento che la farà cambiare nel tempo. Tuttavia questi lavori mi trasmettono tranquillità! Che rapporto hai con il tempo che scorre?

Sono felice che le Geografie temporali ti trasmettano tranquillità! E credo sia giusto. Il poeta Hölderlin scriveva: “Vieni e placami questo caos del tempo”. Questa è una preghiera eterna a mio avviso. Il tempo che scorre non può che trasmetterci un sentimento di caducità, di decomposizione delle forme, di un’inesorabile precipitarsi di tutto verso la fine. Il tempo al suo passaggio annienta ogni forma terrena. D’altra parte la forma è un opporsi alla dissoluzione nel/del tempo ed è quello che cerco di mettere in scena nelle Geografie temporali. L’immagine è un contrapporsi alla forza dissolutiva del tempo; eppure in un modo diverso anche il tempo può essere produttore di immagini. Perché da un lato la forma nasce da una tendenza opposta a quella espansiva e degenerante del tempo, e dall’altro solo con il tempo e nel tempo si conclude una forma. E non penso alla vita delle forme solo nell’arte. Ora queste forme mutevoli di cui sono fatti i miei lavori decomponendosi creano una nuova composizione, ma nello stesso tempo con la loro sospensione anche istantanea, portano alla luce forme di resistenza all’annientamento.

Occhiali Rosa Sophie Ko

Sull’infinito gorgo, courtesy Galleria Marignana Arte

I tuoi lavori ricordano paesaggi, come abbiamo detto, o frammenti di racconti già dal loro titolo, ad esempio “Il Giardino di Adone”, o di poesie, “Fiori dal Male”, grazie anche ai materiali che usi, vetro, rami di nido, farfalle, … Sembra di entrare in un libro di fiabe. Quanto ti senti influenzata dalla letteratura?
A mio avviso la conoscenza è soprattutto riconoscimento. Quando creiamo non dobbiamo scoprire, dobbiamo semplicemente riconoscere.
Credo che la poesia, la filosofia e qualsiasi altra forma di sapere in cui si conserva traccia indelebile dell’uomo facciano parte della vita stessa; esattamente come un fiore, una nuvola, o un sasso e ci aiutano a legare noi stessi ancor di più alla vita. Questi rimandi non sono altro che riconoscimento e riconoscenza.

Occhiali Rosa Sophie Ko

Fiori dal Male, 2016

Indossi degli occhiali rosa e come vedi il mondo?

Non saprei, un’immagine che mi accompagna è la visione della terra da lontano, come quelle che vediamo inviate dai satelliti e dalle navicelle spaziali: la nostra terra appare attratta dal sole, come una falena che viene attratta nel buio da una candela.

Ricordi un momento o il momento in cui hai compreso che l’arte sarebbe stata il tuo percorso di vita?

Certo, e mi torna in mente di frequente quell’attimo. In fondo però credo che in quel attimo l’immagine semplicemente s’illumina; quel che conta è capire e tenere accesa la luce nel tempo.

C’è una mostra, un riconoscimento al quale sei affezionata in particolar modo?

Penso che ogni mostra mi abbia aiutato a capire meglio come costruire una narrazione, una direzione dello sguardo. Ognuno di quei momenti è stato importante per me.

Pietà, 2014

Come arriva l’ispirazione per un nuovo lavoro? Osservi un tuo rito oppure l’idea ti coglie quando meno te l’aspetti?

Questa tua domanda mi fa venire in mente una bellissima leggenda sulla resistenza dell’albero inaridito che Tarkovskij ha preso come base del suo film Sacrificio.
Un monaco, passo dopo passo, secchio dopo secchio portava l’acqua sulla montagna e innaffiava l’albero inaridito, credendo senz’ombra di dubbio nella necessità di ciò che faceva, senza abbandonare neppure per un istante la fiducia nella forza miracolosa della sua fede… una mattina i rami dell’albero si rianimarono e si coprirono di foglioline.
In questa leggenda è presente sia la necessità della ritualità, sia la necessità della lunga attesa e della fede. E alla fine “inaspettatamente” – se così possiamo dire – appare l’immagine miracolosa che riempie di stupore: i rami dell’albero si coprono di foglioline.

Ora arriviamo alla fine, ci lasceresti dicendoci i tuoi progetti futuri?

Sto lavorando su una personale che a breve ospiterà la galleria Renata Fabbri di Milano.

Courtesy Renata Fabbri arte contemporanea 

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