Le Spine | Storia di frutta secca e di militari

Le Spine | Storia di frutta secca e di militari

Sono in piedi vicino alla finestra, li osservo mentre arrivano alla spicciolata e si posizionano fuori dal cancello, con i loro trolley e gli zaini, pronti a varcare la soglia.

Dalla tasca laterale della mimetica, ricettacolo di ogni cosa, estraggo il sacchetto e mi metto comodo. Col tempo ho imparato a riempire la destra bilanciandola con la sinistra in modo che non mi dia fastidio nei movimenti. Un Opinel n° 2 di emergenza, McGiver docet, una biro, di emergenza pure lei, due foglietti di carta, e le provviste. Quello che ti insegna la razione k è proprio questo: porta con te del cibo vero, leggero, energetico e gustoso. Ad accendere il fornelletto e mangiare fagioli sei sempre in tempo.

Ma l’unica cosa che mi preme ora è assaporarmi il momento, come un cecchino che con precisione inquadra il suo bersaglio. Pesco una mandorla, la addento e individuo tra la massa il classico convinto “che tiene la guerra in capa”: muscoli al punto giusto frutto di un serio allenamento, sguardo sfrontato, orgoglioso, taglio tattico fresco di barbiere, vorrebbe essere già in missione: bene, ma stai calmo. Prendo una nocciola ed eccolo il timoroso, si guarda attorno stranito, segue i movimenti di quelli più sicuri, continua a fare domande, non sa nemmeno lui come cavolo si sia fatto trascinare in questa situazione, una grana insomma. Sento una risata calda e travolgente e capisco al volo chi sarà il trascinatore del gruppo, quello che anche nei momenti più duri riuscirà a cogliere l’aspetto positivo di ogni cosa: indispensabile. Questa volta dal sacchetto pesco un frutto rosso, morbido e dolce. E la vedo, è lì in disparte che aspetta di veder il cancello aprirsi. Colgo un po’ di paura, ma noto qualcosa che va oltre: ha lo sguardo di chi ci crede, so per certo che domani mattina quando alle 7 ci sarà l’alzabandiera e l’Inno risuonerà negli altoparlanti, i suoi occhi saranno lucidi, le labbra serrate e il classico nodo in gola le farà capolino, bisognerà lavorare su questa sensibilità innata da fortificare, ma non c’è dubbio, anche questa serve.

Pesco una nocciola, la spacco in due con i denti e la mastico fino a ridurla in poltiglia, un po’ come la mia vita quando a varcare il cancello vent’anni anni fa c’ero io. Una cartolina verde che di romantico non aveva nulla, metti in pausa la tua vita, lasci amici, la morosa che chissà se la ritroverai al tuo ritorno, salti su un treno che man mano procede si svuota e inizi a conoscere i tuoi compagni di (s)ventura. Non ti fanno nemmeno scendere che già c’è il barbiere pronto a rasarti a zero; una voce dura, un tono fermo e deciso che ti dice cosa fare di ogni secondo della tua vita ed ecco che nel giro di venti minuti sei un altro, sbarbato, rasato e con una mimetica e gli anfibi addosso. Spogliato della tua vita, è come rinascere una seconda volta: ad accoglierti non c’è l’abbraccio avvolgente di tua madre, ma un maresciallo barbuto che di caloroso e amorevole ha ben poco.

“Questa è la storia di uno regolare che poi l’hanno mandato a fare il militare”.

Diciamo che in quel momento non mi sentivo per nulla un ragazzo fortunato.

Anzi. Incastrato in una caserma al confine.

I veci la chiamavano caserma punitiva, De Gregori ci aveva pure scritto una canzone: chi ci finiva o era sfortunato o era una testa calda. Nel mio caso solo un destino beffardo, che però a lungo andare avrei rivalutato. Sì, perché nella mia solitudine c’erano loro, le montagne, e solo grazie a loro sono sopravvissuto in quei dieci mesi. In loro ho ritrovato la mia casa, e poco importava se ero stremato o con i piedi rovinati, camminare lungo quei sentieri mi riportava in vita, ridava sangue al mio cuore e gli ordini impartiti dai superiori erano semplici comandi da eseguire senza tanti problemi. Ecco, la montagna è stato il mio ossigeno, la mia linfa vitale.

E allora eccomi qua, vent’anni dopo, un cappello con una lunga penna nera sulla testa che non ho più lasciato, un tricolore a cui ho giurato fedeltà, e un compito in cui credo.

Vedo questi ragazzi e mi piace immaginarmeli uno per uno, nelle loro vite prima di varcare questo cancello. Alcuni, molti, non ce la faranno, quelli che lo prendono come un lavoro qualsiasi, da busta paga assicurata. Lo so già, questi saranno i primi a mollare: nella vita ci vuole motivazione. Ma poi ci sono gli altri, quelli che mi daranno le più grandi soddisfazioni, quelli che nonostante le vesciche sanguinanti ai piedi, lo sconforto di avere scelto una vita che credevano diversa, la fatica e il sacrificio, io so, che ci sarà un momento, la loro epifania, in cui capiranno di aver fatto la scelta giusta.

Prendo una manciata di frutta secca, il tempo stringe, fra poco devo scendere e dare il benvenuto alle spine.

Il mio collega le ha fatte inquadrare, allineate e coperte.

Ora tocca a me, un’ultima nocciola e via, a dare inizio a queste nuove vite.

 

 

Illustrazione di Elena Scilinguo, scopri il suo lavoro qui!

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