“Aloha – Sotto il cielo delle Hawaii” – Quella volta in cui si sono dimenticati della trama

“Ma va figurati, l’ho guardato solo perché c’è Bill Murray!”.
“Ma va figurati, l’ho guardato solo perché c’è Emma Stone!”.
“Ma ti pare? Me lo sono visto perché c’è la Rachel McAdams, eh!”.

Queste le sporche, facili scuse con le quali ho cercato (invano) di giustificare la mia scelta di guardarmi Aloha.

Era una notte buia, triste, tempestosa e avevo finito le bustine di chai latte. Mi sono messa a rovistare con insistenza nella libreria di Netflix alla ricerca di una commedia pseudo-sentimentale e soprattutto leggera con la quale passare in scioltezza la serata. Poi ecco che vedo il titolo giusto: Aloha – Sotto il cielo delle Hawaii. HAWAII. Ecco la parola magica che mi ha fregato.

Come sempre le mie fissazioni partono dal cinema e sono proprio i film che spesso mi fanno propendere per una destinazione di viaggio piuttosto che per un’altra. Certo, immagino di non essere l’unica a preferire una vacanza alle Hawaii piuttosto che a Cesenatico, ma tant’è. Anni fa ho visto The Descendants – film di Alexander Payne girato sull’isola di Kauai, la più antica delle Hawaii- e boom: mi sono innamorata di quella luce, quelle piogge improvvise che esaltano il verde della vegetazione, la luce fredda, i nuvoloni grigi sul mare.

Odio quando divento sentimentale, dove eravamo rimasti? Ah sì, Aloha. A posteriori posso dire che, se il mio interesse era quello di ritrovare un’atmosfera simile quella del film di Payne, avrei fatto meglio a farmi un giro di Honolulu con Google Earth.

hawaii
Praticamente Riccione.

Leggendo le recensioni di questo film mi sono imbattuta nei tentativi di salvataggio più strambi, della serie: “eh ma non è che la sceneggiatura è scarsa, è che è uno di quei film dove i sentimenti sono espressi più tramite silenzi che tramite parole“. Ma ne siamo certi? Certi certosini? No perché non stiamo parlando di un poetico film muto degli anni ’20. Stiamo parlando di una frizzantina commedia sentimentale che dovrebbe appunto farmi ridere con sferzanti battute sull’amore, le relazioni, il sesso.

Quello che succede è che per metà film ti sembra di stare guardando una replica estiva di Inga Lindström, per l’altra metà ti ricorda più una puntata di Mistero e durante gli ultimi 10-15 minuti sei ormai praticamente certo che ti siano salite le potenti droghe sintetiche assunte durante la festa del tuo diciottesimo.

inga
Spunti per il regista. Dai che magari sarà per la prossima.

Insomma, “eh ma non è che la sceneggiatura è scarsa, è che è uno di quei film dove i sentimenti blabla” è il nuovo modo per dire: “abbiamo scritto questa sceneggiatura facendo passeggiare tranquillamente un gatto sulla tastiera del Mac”.
Una trama al limite dell’inesistente, terminologia militare a caso che agli americani piace, folklore hawaiano tanto per perché fa colore, problema dell’etnia del personaggio di Emma Stone risolto con due lentiggini e un po’ di terra di 5 tonalità superiore a quello della sua pelle e un Bradley Cooper che sembra non sappia dove si trovi.

C’è Bill Murray, questo sì. E Bill Murray solitamente risolve tutto. Bill Murray solitamente svolta le situazioni, salva film agonizzanti. E’ quel Bill Murray che io guarderei recitare anche l’elenco telefonico di Lugo di Romagna.
Ecco, quando un film non si salva nemmeno grazie a Bill Fucking Murray allora sai che la situazione è grave.

Ricordatevi che, spesso, quando appare una voglia improvvisa inspiegabile di commedie leggere romantiche,è solo perché si è in forte pre-ciclo. La prossima volta magari mi faccio una Ciobar.

Murray
Lo ricordiamo così.

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