Cara amica di penna, di sogni e ricordi | Lettere mai spedite

Cara amica di penna,
vorrei cominciare dicendo che come di consueto ti scrivo, ma le bugie mi stanno alla larga, allora ti dico che com’era consueto ti scrivo. Questa volta uso per questa frase il senso canonico del “scrivo a te”, per niente vicino all’intenzione di raccontarti agli altri descrivendoti. Soprattutto perché non so più come sei fatta.

Ho lasciato nel tuo viale di oleandri molte parole belle e un po’ di vapore dal mio profumo che – ti annuncio con orgoglio – è sempre lo stesso. Forse non ti aspettavi che un po’ di carta e un nuovo seme di fantasia nella buchetta di un indirizzo nuovo, ma io come sempre io sulle righe mi ci siedo solo per farci dondolare le gambe e scavallarle. Ed ecco, ti sorprendo – o ti deludo.

Essere giovani, quando eravamo giovani, significava essere profondamente belle quanto evidentemente acerbe, e scambiarsi date, incontri, appuntamenti e abbracci a mezz’aria, era un modo tanto valido quanto parziale di costruire. Ma costruire in che città? Su che terreno? E che farsene poi delle macerie? Ne avevamo molte, ma finché era estate ci sembravano briciole. Finché ancora tempo, amica di penna, quelle briciole sono massi e pallottole, sono i residui del mio satellite e le pietre che avresti potuto scagliare, perché nessuno è senza peccato e l’amore dura una sola estate. Ma perché continuare a pensare a ieri? Il passato per nostra fortuna se ne sta cristallizzato in molte fotografie, appollaiato sulla paglia di scatole chiuse e ben decorate, a farsi assorbire dalla carta su cui per metà scrivevamo in blu, per metà scrivevamo in nero, e qualche volta fortunata riuscivamo a usare il rosso per garantirci un punto focale preciso.

Ora mi dici che è festa quando torni all’ovile, dove ti accolgono i molti ricordi che hai numerato con la tua precisione, con tutte le telefonate mie – di cui non ricordo niente – e col mio volerti una mela e arrabbiarmi quando non sei una mela. Tu torni in un ovile in cui si stappa vino buono e si mangiano ciambelle, si stende la pasta e ci si gonfia la pancia di sogni, perché io mi ricordo quanto sognavi e anche che qualcuno scrisse giusto dicendo che “quando ti amavo, sognavo i tuoi sogni”. Delle tue ciglia sintetiche è rimasta la poesia che ne scrissi, e del tuo piangere il ricordo di quel lunghissimo pomeriggio che non è più finito e che ancora ci raggiunge ogni tanto quando desideriamo contemplarlo, deus ex machina nelle nostre memorie più preziose. Vorrei conservare più cose, ma anche parlare meglio di oggi, di come mi immagino fatta di verde scuro la tua porta, con tanto di maniglia in ottone e di come vedo te che mi accogli vestita di rosso al calare del sonno. Vorrei sapessi di come ho corso veloce, di quanto ho sorriso, di quanto ho impastato, della città in cui sono e in cui nevica, e di quanto il mare è più che dentro al cuore, e confessarti che non ha bisogno di abbaiare. Vorrei mostrarti i cimeli delle mie scoperte e le conchiglie che ho accidentalmente rotto, che hanno fatto sabbia e riempito altre boccette. Vorrei le cose che sono da quando non ci sei e sapere di quelle che sei stata in mia assenza, e vorrei scoprire se sei ancora vegetariana, se ti piace Chopin, se guardi tanti film e fumi ancora le sigarette. Vorrei poi farti vedere quante ce ne sono adesso di rose bianche nella mia camera, potresti contarle e vedere quanto son tutte frutti di amori che ho cucito, come pensavo avremmo per sempre cucito insieme, e di quanto sembrino tutte ricordi di chi sono e di come voglio ancora essere.

Poi da quella porta aperta si fa spazio più del ricordo, e nel parlare dell’oggi facendo caffè molto ristretti, potremmo scoprire di non sapere più niente, potremmo toccare con mano il non saperci per niente. E la paura è concessa ai mortali ma il coraggio è il minimo che ti devo e che mi devi, se vogliamo ancora eternamente scrivere.

Ai nipoti vale la pena lasciare un’eredità spirituale e non solo carta stropicciata, cera lacca e storie fantasiose di scarafaggi nelle tubature. Ai nipoti che saranno tuoi, o che saranno figli di mia sorella, in un progetto in cui la provvidenza si arresta perché ho imparato a leggere e osservare la letteratura con senso critico e a non riparare la puntina del giradischi finché non scatta naturalmente la sveglia per farlo o l’ultima possibilità di dirsi addio, di inventarsi un addio. Vorrei dirti che ho camminato e fatto più viaggi, che sono stata dove sei stata, che ho letto i tuoi appunti e pregato per avere il tuo metodo ma molto più della tua coscienza, che ho amato altre donne dopo di te, che mi sono passate attraverso e che ho scritto per loro molte storie e che loro mi hanno fatta coincidere con me. E che ora so amare in maniera sgangherata ma in compenso con tutta la verità che mi è possibile. E vorrei dirti che ti aspetto perché la nostra non è l’attesa di chi non può tornare ma una pulita e nuova lettera e altra carta colorata, e ricominciare a raccontare.

Tua da principio, per la divinità che fosti e per i sogni che mi concedesti,
tua bianca e luna

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