Baya y Pasa el Lino

Comò Mag

Se posso associare il titolo di una canzone di Daddy Yankee al nome di Pier Paolo Pasolini (si capiva?), c’è un motivo, io credo, ben preciso, che cercherò di esprimere qui, anche se non esplicitamente. Questo inoltre vuole essere, e non avrei mai pretesa di poter fare diversamente, solo un altro degli innumerevoli articoli, interventi ed espressioni di punti di vista su Pier Paolo Pasolini apparsi quest’anno che, come tutti sappiamo, è il quarantesimo dalla sua scomparsa. Questa ricorrenza ha portato a una proliferazione di pubblicazioni, proiezioni di film e conferenze, nonché a dibattiti anche molto accesi in rete (si pensi a Gabriele Muccino, che ha dovuto chiudere la sua pagina Facebook per gli insulti ricevuti dopo aver definito Pasolini un “amatore”).

Insomma, un grande successo di Pasolini, che, rimanendo forse relegato ad un pubblico di nicchia (per intenderci, non sentiremo, a meno che non siano molto acculturati, parlare dei ragazzi di quindici anni degli Scritti Corsari), gode comunque di un buon numero di libri dedicati (oltre a quelli che troviamo in libreria, Il Corriere della Sera li sta ripubblicando) nonché di un film sulla sua vita (di Abel Ferrara, uscito lo scorso anno). La domanda che ci poniamo qui è: perché nel 2015 ci può ancora interessare Pier Paolo Pasolini?

Comò Mag.Potremmo provare a risponderci dicendo semplicisticamente che “era contro il potere” e agiva “fuori dagli schemi”. Ma a noi cosa comunica davvero? Da una parte dobbiamo considerare la (apparente?) fisiologica contraddizione alla base della sua opera: contro la società dei consumi, non può fare a meno di produrre proprio quei beni destinati ad essere consumati: film, libri e quant’altro decretano il successo dell’autore solo se usufruiti dal più vasto pubblico possibile.

Cosa notiamo, dunque, del procedimento pasoliniano, prima ancora che le sue idee in materia di potere e politica? Notiamo che, per girare la sua opera forse più famosa, Salò o Le 120 Giornate di Sodoma, utilizza le stesse tecniche che probabilmente ha usato qualsiasi altro regista per altri film e, in modo simile ma diverso, persino la televisione (che critica aspramente, per esempio quando le attribuisce la responsabilità del “No” degli italiani al referendum sul divorzio del 1974 (Polemica, Politica, Potere p.89) o quando la definisce colpevole di “pappagallismo” (ibidem, p.97), ossia di causare la ripetizione dei suoi contenuti più semplicistici da parte degli spettatori – cosa, questa, da cui non siamo troppo lontani oggi, se pensiamo alle formule ipersemplificate dei leader, specialmente in questi giorni). Quello che intendo dire è: Pasolini non rifiuta un medium nella sua interezza, non lo condanna in toto per quello che può (nel senso proprio di potenza, dynamis aristotelica), ma condanna un suo certo essere-in-opera (una sua certa energeia) per proporne uno alternativo. Insomma: noi possiamo usare certi strumenti per fini che sono nostri. Una vita che ritorna (o diventa per la prima volta) in mano agli individui, che non li aliena in una miriade di attività giornaliere da compiere perché sì, ma che li rende consapevoli e protagonisti, e non di un protagonismo soggettivistico, bensì di un essere-nel-mondo, un essere-politico, che ha le sue radici nella storia e nelle esperienze degli individui.

Un invito, dunque, a lottare (e non a fuggire), e a pensare, se mai sia davvero possibile, con la propria testa, specialmente in un momento, questo, in cui la propaganda razzistica sta ritornando in auge, e in cui ci viene fornita in continuazione un’immagine distorta del mondo.

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