Beatrice Cristalli: «tutto ciò che siamo passa attraverso il linguaggio»

Tutto ciò che siamo passa attraverso il nostro linguaggio. Beatrice Cristalli lo sa bene.

Beatrice è consulente in editoria scolastica e giornalista per Focus Scuola, per cui cura approfondimenti sulle materie umanistiche. Per Treccani (Lingua Italiana), invece, cura indagini giornalistiche volte ad analizzare i linguaggi della contemporaneità. E pensare che odiava sociolinguistica all’Università.

Mi sono imbattuta nel profilo Instagram di Beatrice poco tempo fa. All’interno ho trovato molteplici spunti: dagli approfondimenti sulla lingua italiana, appunto, alla poesia e alle arti visive. Non ho resistito dal farle qualche domanda!

Cosa c’è nel tuo cassetto?

Nel mio cassetto vedo diari colorati e pieni di foto, con le pagine indurite dall’acquerello; foglietti spaiati e frasi che dovevo scrivere in un momento preciso; collane e orecchini che non ho mai indossato.

Primo piano Beatrice Cristalli
Ritratto da “La campagna dei 100” di Perimetro, ph. Mario Zanaria

Il tuo è un lavoro di ricerca continua, come ti mantieni aggiornata?

Anche se molti sostengono che il multitasking sia una leggenda metropolitana, nel mio quotidiano esercito qualcosa di simile. Non amo le definizioni ma userei questa parola, che mi piace molto: contaminazione. Nulla di nuovo sotto il sole. Cerco di collegare tutti i miei ambiti per arricchirli e, di conseguenza, far sì che si parlino. Ti faccio un esempio: può capitare che dopo aver affrontato con degli studenti il tema del DNA, mi venga in mente una connessione per un intervento sulle caratteristiche della metafora, che funziona esattamente come la duplicazione genetica: si spezza il legame referenziale tra significante e significato e ne viene stabilito uno nuovo, un “errore”, che non si fonda su una legge linguistica ma su un’intuizione di similarità.

Ti sei occupata di trap, che sbatte in faccia la realtà a chi l’ascolta, nascondendo, però, il significato dei testi attraverso il linguaggio della generazione Z. Un linguaggio che rimane spesso impenetrabile ai Boomer e anche agli stessi Millenial, più vicini anagraficamente. Come affronti questo tipo di ricerca linguistica? Ricordi un termine più ostico di altri nel farsi decifrare?

Le due indagini che ho curato per Treccani, “Di cosa parliamo quando parliamo di trap” e “Dentro la Generazione Z” mi hanno permesso di entrare nel profondo dello slang generazionale. Ho dovuto studiare per acquisire nuovi strumenti interpretativi. Per esempio osservare e interpretare le realtà giovanili, soprattutto sui social, attraverso l’approccio dell’etnografia digitale. Maestra in questo campo è Alice Avallone, il cui lavoro per me è stato molto prezioso. Sto parlando non solo del suo portale Be Unsocial – insegnanti e genitori, dateci un’occhiata! – ma per gli insegnamenti circa gli small data, le piccole ma significative tracce che disseminiamo online attraverso condivisioni, commenti sui social o ricerche su Google. Un termine che mi ha messo a dura prova è stato sicuramente “simp”, che ritrovavo con frequenza in alcuni meme, dove si recitava il motto “The Simp Nation”. Di etimologia incerta (potrebbe essere l’abbreviazione dell’aggettivo “simpleton”, ovvero “sempliciotto”, “tonto’”), il neologismo viene utilizzato con tono ironico e nel contesto legato ai consigli di corteggiamento per ridicolizzare i ragazzi che hanno una cotta non ricambiata e che fanno di tutto per riuscire a conquistare la ragazza di cui sono innamorati. Quando su TikTok ci si imbatte nell’espressione “Benvenuto nella Simp Nation” significa che sei entrato a far parte della grande famiglia di “sottomessi” a Cupido.

Cosa ti ha attirato ad approfondire lo stile e i testi di questo genere musicale?

La trap è per me un indicatore sociolinguistico. A differenza di quanti hanno pensato dopo aver visto i risultati di sondaggi e indagini circa il livello di influenza che la trap esercita sul linguaggio giovanile – oddio, i giovani parlano come i trapper! – ho provato a immergermi in questo campo, tenendo ben presente una premessa: la trap non ci dice come parlano i giovani, ma ci dice di cosa hanno bisogno i giovani per comunicare sé stessi. Più in generale, se vogliamo, ci può dire di cosa avrà bisogno la lingua in futuro. Stiamo comunque parlando di un “e-taliano”, così come lo definì anni fa Giuseppe Antonelli, un italiano duttile e funzionale, talvolta incompleto: il texting oggi è frammentario e dipendente, in larga parte, da tutto ciò che sta al di là delle parole. Nuovi contesti, soprattutto digital. La trap è stata ricettiva. Ecco perché ai giovani piace.

La parola è il centro delle tue attività, dunque dobbiamo parlare anche di poesia. Dopo “Tre di uno” edito da Interno Poesia – tua opera prima – stai lavorando ad un’altra raccolta?

Sì, ma con molta calma, lo ammetto. Mi sono promessa, dopo l’uscita di “Tre di uno”, di prendermi tutto il tempo necessario per capire quando dire qualcosa di nuovo. Scrivo solo quando ho qualcosa da dire, è sempre stato così per me. La prossima raccolta sarà dedicata al corpo, dove per corpo intendo proprio i bisogni primari, qualcosa di concreto e quotidiano. La poesia di pensiero se n’è andata da tempo, e non ne sento la mancanza onestamente. Le mie poesie sono cambiate: sono più semplici, più corporee e parlano finalmente della vita degli altri. Di quello che vive fuori da me. Quando riesci finalmente a non metterti al centro, la tua creatività si eleva. Hai occhi nuovi e orecchie nuove. Ecco, vorrei trasmettere questo. Spero di riuscirci.

foto di Beatrice Cristalli

Domanda complessa: che spazio trova la poesia nel panorama letterario di oggi?

Se mi avessi fatto questa domanda anni fa, ti avrei risposto con un sonoro: molto spazio! Ho cambiato idea e non sono più tanto fiduciosa. Il molto spazio c’è anche oggi, ma è tutto di facciata.

Quando iniziai la mia indagine per Treccani sulla poesia 2.0, “La poesia presa nella rete”, ero piena di entusiasmo: era il momento in cui spopolavano i blog e le riviste di poesia, nasceva il fenomeno degli #instapoets (ci tengo a chiamarlo f e n o m e n o  e non attività poetica), la poesia sembrava più viva che mai. E così è anche stato, per un anno, forse due. Sui giornali non si parlava d’altro. La situazione oggi la trovo diversa: si continuano a pubblicare un sacco di libri di poesia, nascono portali e social che divulgano liriche antiche e contemporanee, ma ci siamo dimenticati della cosa più importante: rivitalizzare e forse proprio risemantizzare la parola “poeta” oggi. Io stessa in certi contesti mi vergogno a dirlo.

Non essendoci un modello di riferimento – inteso sia come livello di qualità, sia come modelli – il poeta è visto oggi come una figura alla quale si deve chiedere “ma che lavoro fai in realtà?” oppure “ma dai, da quanto hai questa passione!?”. Ne parlavo con una mia amica cantautrice: nel mondo musicale è la stessa cosa. Tutti pubblicano e hanno la possibilità di pubblicare: è molto difficile valutare in un marasma simile la qualità. Questo in Italia, ecco. Oltreoceano ricordiamoci che esiste un’Amanda Gorman, poetessa, con un’autorità e credibilità decisamente alte.

Oltre ad occuparti di evoluzione linguistica, sei anche un’artista visiva. Ti esprimi attraverso disegni a tratto pen e ad acquarello: tratti irregolari, quasi sofferti e urlanti la necessità di farsi carne fuori dal foglio bianco. Quando sei Beo di Beo?

Di solito di sera, perché mi sento meno in colpa. Di giorno la mia mente deve seguire determinati binari e “non c’è tempo” per le distrazioni. Lo so, è una cazzata. In realtà, sempre per questo funzionamento strano della mia mente, capita che mentre sto lavorando a un testo, lavori in me un desiderio irrefrenabile di disegnare l’immagine che mi ha colpito come un flash. Però devo finire quel lavoro! A volte, trattenere l’immagine dentro di me, ha portato esiti positivi. Ogni disegno ha bisogno di caricarsi di emozioni, di tempo e di desideri. Ogni disegno dice quello che a parole non riuscirei a dire. Sono Beo di Beo quando annullo le difese e dimentico quello che so.

Beo di Beo

Ti odio e ti amo come Milano” citando Ghali, qual è il tuo luogo del cuore e quello che più detesti in città?

Un mio luogo del cuore è senza ombra di dubbio l’Università Statale. Rappresenta l’inizio del mio amore per questa città. Un luogo che detesto: i Navigli, ma solo quando si riempiono di troppe persone.

Indossi degli occhiali rosa e come vedi il mondo?

Vedo un mondo in cui le persone hanno maggiore consapevolezza del loro uso linguistico, comunicano più facilmente le proprie emozioni e si fanno capire dagli altri. Hanno, insomma, coscienza di loro stessi. Noi siamo sempre le parole che utilizziamo.

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