Cara amica mia, sono la tua montagna | Lettere mai spedite

Cara amica mia,
oggi penso dal cuore una cosa che ti scrivo: non sono le città a fare la differenza, sono i percorsi tratteggiati tra le nostre fasi esistenziali.

Tu mi dirai che non hai mai messo il caffè nello zucchero e che io lo sapevo bene, che dunque meravigliarmi non è mio diritto. Mi dirai che hai sofferto molto di malattie di cui indagavi l’origine e che io dovevo farmi spazio solo in maniera molto opportuna nella tua vita, che i ponti sono lunghi chilometri e che attraversarli in una città troppo grande non può rientrare nelle azioni ordinarie di una giornata. La verità è che prima dei ponti e degli appuntamenti che sono mancati, ci sono le ferite e le costruzioni tue personalissime di nuove esistenze in altre esistenze, l’operazione del fabbricare bolle di vetro e ceramica con dentro la neve e la finzione domestica di tutti i film che abbiamo visto. Ci sono sensazioni del passato più vicino a cui ho assegnato un ruolo primario nella decisione migliore per il nostro silenzio, ci sono cose dette male e troppo rapidamente ma anche ripetute senza cura e attenzione, cose che sono arrivate dal vostro niente al mio intestino e che mi hanno fatta arrovellare nella paura di sbagliare strada, nella paura di non trovare una casa.

Così è stato che ho cominciato a collezionare cose rotte in brevi frangenti e – evidentemente – precari equilibri. Mi sono messa sull’uscio, forse questo è vero, ma ti ho aspettata senza vederti mai arrivare. Il tuo è stato un ininterrompibile cambiare, un mutamento su cui non potevo esercitare diritti, una trasformazione alla quale non mi pareva più il caso di esibire lamentele.

Ieri sera ho capito, ascoltando la saggezza di chi ammiro, che ci sono dei momenti della vita in cui si ha bisogno di un contatto diretto con la terra, epidermide su epidermide, perché quella assoluta orizzontalità combacia con la nostra prima nascita e con il nostro primo sguardo sul mondo; insieme a questo ho imparato anche che non c’è quasi mai un tempo adatto a mettere le cose su un piedistallo, dentro una teca, in un punto alto di un qualche strumento verticale, perché sono le cose stesse in una posizione arrogante e di quasi pretesa, come se la collocazione a loro assegnata dovesse per qualche ragione rappresentare una garanzia per chi le guarda. Forse questo ho sbagliato con il nostro dialogo. Ho creduto fosse raro e prezioso come le cose eterne e non dovesse vivere altre età e altri venti, mi sono detta che l’esistenza d’altro e d’altri non avrebbe scheggiato niente di noi.

È stato come un errore di arroganza o di insensatezza.

Ho calcolato male le distanze, i tempi di digestione di certi cambiamenti profondi, oltre ad avere sopravvalutato l’elasticità di certi legami: ma è così necessario che tutto di questa vita resista al tempo e alle variazioni? Sto cercando di accettare questo: i tempi di alcune cose fanno il loro tempo e poi finiscono dignitosamente in disparte. C’è motivo di arrabbiarsi? Non credo.

Mi desta rabbia solo il giorno in cui volevo abbracciarti e tu non c’eri, in cui avevo il cuore scarico e tu non lo sapevi, la sera del mio peggiore mal di testa e tu a metri che mi sembravano pochissimi ma erano, in realtà, molte miglia. Ho sperato nell’arcobaleno, un timidissimo spiraglio nelle molte piogge della mia più recente stagione: ma era un desiderio ingenuo, da bambina che sta imparando solo ora come gestire la faccenda dei tempi delle cose di cui scrivevo sopra. Avrei voluto farti una tisana, scaldare te per tutto il freddo che sentivo io, fare finta di poter recuperare i giorni e suturare i tagli, mostrarti come si può stare bene in una nicchia alta di un soffitto basso dove tre piante a fasi alterne gemmano e muoiono.

Avrei voluto farti sentire come pesava lo zaino sulle spalle, come bisognava resistere forte al posto mio a stare compressi tra una schiena e una pancia, a sorridere imitando genuinità e ad appiccicare sul frigo un promemoria quotidiano che mi facesse presente che non avevamo più niente da spartire. Avrei voluto capissi com’era calda la mia estate e quanto stavo stretta dentro la mia pelle, quanto mi sembrava pruriginoso il mare al calare del mio più grande amore e quanto vicina al mio cuore ti avrei voluta – anche dove cuore non c’era ma ne restava il ricordo.

Mi sono sentita come se provassi dolore alla gamba amputata, quella che invisibile scodinzola nell’aria e nemmeno sperava di chiamarti più col nome del bisogno. Il mio sentire è stato più forte del sapere già da tanti anni che non zuccheri il caffè e che non ti si può chiedere niente che non sia abbastanza opportuno in fatto di etichetta e diplomazia, che abiti a un civico doppio e che non ci sono mie mattine nella tua casa, né si ride più insieme se non di tempi andati, ci si racconta solo di com’è bello viaggiare e mai di com’è profondo il mare.

Ora io non vorrei più niente se non fare più largo ed evidente il silenzio che ci ha interrotte, perché avere paura di accedere con lentezza e discrezione alla soglia delle tue risate non è neanche vagamente degno del ricordo che conserviamo. Così ignoro tutto della tua vita, dal momento stesso in cui la tua inesistenza ha ferito la mia e la tua distrazione ha colpito nel segno preciso di un sospetto “sento per certo che ora ci perderemo”.

Tua pure coi dubbi,
la montagna

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