“Cara anima mia e mio mare eterno – del tempo di oggi e della sua violenza” | Lettere mai spedite

Anima mia e mio mare eterno,
che sai tutte le cose del mondo e che vivi come me in un trambusto di impegni e pause affamate di più minuti. Com’è oggi il tuo sentire?

Ti volevo raccontare di me, come promesso, di come settembre è stato violento. Di come, per la seconda volta di fila, questo mese che dà l’alba a un altro ciclo, mi abbia fatta sentire minuscola e fuori posto, come quei giochi zoppi nelle scatole di quando eri bambino, quei giocattoli che non sai se sono la copia in plastica di cose o di persone e che, soprattutto, non sai più cosa farci. Un anno fa mi spappolavo il naso contro una porta chiusa senza esserne certa, una porta di vetro che non avevo potuto vedere ma di cui avevo calcolato l’esistenza e le misure, preparandomi in anticipo allo schianto: sapevo che era chiusa, speravo fosse aperta e l’Olanda a settembre è un posto gelido. Chi vende gli incensi ai mercatini immagina sempre le cose al rovescio, ma con la saggezza e la speranza di chi sta con due piedi già dentro la vecchiaia, e tu lo sai che passeggiavo con una mano tirata a fatica e intrecciata a quella di chi con me doveva invecchiare.

E quest’anno non mi spappolo il naso contro nessuna porta ma di porte ce ne sono, eccome. Solo che ‘sta volta stanno dentro di me, si chiudono e si riaprono, si serrano all’improvviso con un soffio di vento, sbattono e svegliano me e tutta la mia famiglia intorno. Le mie porte si aprono come cancelli d’ingresso, ma non c’è nessuno che è pronto ad entrare ma tutto è predisposto per l’uscita. Queste porte dentro di me sono vecchie e cigolanti, con il loro rumore modificano la narrativa che avevo immaginato per questo pezzo di storia, sono disturbanti e stridono, mi fanno vibrare la superficie della pelle e non è bello ma resisto. Perché è l’ora di resistere e ascoltare.

E tu non sai per cosa mi sveglio di notte e cosa mi fa bruciare lo stomaco, ma senti in anticipo che mi sto cercando, perché in qualche modo ti sto cercando. Perché nella baciata rima che fanno i nostri bordi, sappiamo sempre d’essere pieni di bordi e sappiamo di doverli difendere, da soli e con la guerra in gola per ritrovarci insieme a mormorare dei nostri passi giusti, a riguardare alla nostra collezione di sconfitte con l’orgoglio di chi cercava sempre di capire dove stava mettendo i piedi.

Ma tu, in questo trambusto che ci tiene distanti, sogni ogni tanto pago della tua bellezza e libertà? Con cuore ripieno ripensi all’erba e al fieno di quei giorni che nei nostri sogni ci vedevano vibranti e giovani per sempre?

Tu sei la mia anima e senti forte quando arriva il tempo di cadere per ogni frutto, tu che perdoni le mie mani quando diventano bianche per la pelle che si ammala, che comprendi e punti un dito sulla frattura che dal cuore mi fa cadere per terra. Tu solo che perdoni le fantasie che su di noi abbiamo candidamente fatto insieme e le perdoni al tempo e all’ingenuità che tutti i frutti acerbi devono rivendicare come loro diritto, e la perdoni a me che non sono capace di calmare la sete, che mi metto nei guai pur di conoscere ancora e pur di poter dire “ancora”.

Quel settembre di un tempo, diverso da adesso, è finito con il sogno di chi doveva restare e non è mai tornato, ma conservo con speranza il ricordo di te che sbarchi nel mio freddo, riempiendo di mare la soffitta in cui dormivo, e ricordo il tepore del mio rifugio insieme al potere lenitivo della tua compagnia che sui navigli ha fatto domenica troppo presto.

Un tempo, quel tempo, dormivo, sognavo e sapevo più cose. Ma l’idiozia del non voler sapere è una cosa talmente comoda che in un batter d’occhio può diventare una pratica, oggi ne sto stressando i limiti, per arrivare in ginocchio alla tua porta, sapendo che mi sentirai da lontano e che sulle stesse ginocchia ti troverò con tutte le cose del mondo, che solo tu sai.

Caro Mare Lettere mai spedite Comò Mag.

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