Cara me, che mi dimentico sempre di te – Lettere mai spedite

CCC

Cara me,
che mi dimentico sempre di te.

Come ti ho trattata oggi? Mi hanno chiesto di chiedertelo anche se sono sicura che neppure tu stessa sai rispondermi.

La confusione è recentemente una tua prerogativa, e ci è voluto molto tempo per ammetterlo, ed è stato difficile non sentirla come motivo di colpevolezza. In effetti queste sono righe che dovrebbero servirmi ma che non mi consolano affatto, perché a volte mi sembra di girare attorno allo stesso punto pur avendo fretta di risoluzione e bisogno di sentirmi efficace, pur avendo la quasi certezza di non essere una di quelle persone dai ragionamenti circolari.

E invece ancora qui, come il criceto nella ruota, come la zia col paese dentro che non canta mai e si incazza sempre. Mi lamento e non so granché della traiettoria dei miei sentimenti, che non raggiungono niente che non sia almeno riflettente abbastanza per ritornarmi indietro, ma sempre più vuoto e maltrattato. È come quella storia lunghissima e autentica, che resi autentica con il mio cuore e che mi ritornò a casa malconcia – come se non si dovesse rendere almeno onore alla bellezza, concludendo in bellezza.

Mentre mi percorro e mi domando ancora come mi tratto entro in un terreno sconosciuto e spaventoso come tutte le cose davanti a cui mi sento inutile, mi accorgo che prima di sapere se mi riservo cose più o meno buone dovrei avere almeno una vaga idea di come mi sento. Invece io non so niente. Sento solo il chiasso che fa la città, il rumoraccio che fa la mia giornata incastrata al millimetro e al secondo, che è diventata un puzzle – e non mi sono mai piaciuti – che non mi sa di niente, che non mi fa felice. Sento che Gianfranco apre il bar qui sotto, che i bambini corrono verso gli ultimi giorni di scuola, che le macchine non sembrano stanche nemmeno di notte di passare di qua, che i ragazzi che pensavo sarebbero stati euforici di emozioni incontenibili, sono invece moggi e addomesticabili, addirittura mi è difficile distinguerli. Sento che passa l’ultima corsa del 38 – ho deciso che è lui e nessun’altra linea mi sembra plausibile – e che le serrande della pizzeria stanno per toccare terra sbattendosi contro il gradino dell’entrata alla fine di una lunghissima giornata. Sento poi di sudare e di non percepire il minimo beneficio da quello che là fuori sembra addirittura vento, sento che non so come funziona la mia pancia, sento certamente che desidera ma si è chiusa, non sentendosi autorizzata a nessuna avventura, a nessuna apertura.

E allora che cosa si conclude tronando a me? Cosa si raggiunge essendo passata attraverso la felicità di un tempo, l’ingiustizia di una fine indecente e la sensazione di aver perso ancora la bellezza che tu eri e che io ero con te? Che ci siamo divise come potevamo, che ci cerchiamo con fame e che non accettiamo che la nostra compagnia sia così pruriginosa. Che non c’è nient’altro da dire per riconciliarci se non che essere confusi è un diritto.

E non so niente della profondità dello sguardo o dell’allargarsi dell’orizzonte, ma so tenere il conto degli anni e ti so dire per certo che ne sono passati duecento da quando ho detto “ti voglio”. Non so neppure niente dell’invecchiare del tempo, un processo che è la mia materia di studio e ricerca, un’eventualità che mi sconforta, una verità che tutto sommato ancora mi atterra; ma so bene che, comunque vada, succede. So che non c’è modo per aggirare il fatto o per evitarlo. So che sono passati, in fondo, più di duecento anni, e infatti non ti riconosco.