Cara mia, di un’ondata furiosa che mi distrugge | Lettere mai spedite

Lettere mai spedita

Cara mia,

il sole oggi arriva prima delle cicale, mi ha svegliata all’improvviso e mi ha riattivata, come se volesse dirmi “vuoi davvero rimanertene là a ingarbugliare altri sogni mentre l’estate galoppa così velocemente che sembra già finita?”.

Allora mi sono rigirata per un minuto intero e mi sono chiesta cosa volessi davvero fare e, per non tradire quella che è ormai una frustrante abitudine del mio cervello, non l’ho capito. 

Non so rispondere alle cose complicate del mio cuore; il mio è essenzialmente un cuore piccolo, che faticosamente si adatta a questo corpicino e alla sua agilità. Il mio è un cuore sempre inesperto quando è chiamato a coordinarsi col mondo, che si fa livido a ogni colpo che prende, che si fa più piccolo ancora quando la paura gli si para davanti.

Mi sono tirata fuori dal letto e ho camminato scalza, come vuole un rito propiziatorio grazie al quale mi sono salvata da una delle mie prime tristezze da bambina. Ho camminato scalza e mi son guardata i piedi ad ogni passo, come se legarmi al “qui e ora” dovesse essere la soluzione definitiva per uscire da un’altra tristezza. 

Invece i riti scaramantici, dicono tutti, incastrano ancora di più le nostre giornate, i minuti non scivolano ma si consumano come sfregassero su un tessuto abrasivo, come se fossero a comporre un puzzle – che noia e che difficoltà lasciarlo lì a due pezzi dalla fine.

Io invece vorrei dirti che non riesco a mettere in fila due frasi per essere sincera, sinceramente dispiaciuta e spaventata, sinceramente fedele a me stessa e a una serie di istinti che di rado ho avuto il coraggio di assecondare in questa vita; allora mi affido proprio a quei riti che ti dicevo, sperando che mi salvino dall’eventuale tristezza e disperazione di un nostro amareggiato saluto. Mi affido a cose che sono ancora più provvisorie di me che provvisoria lo sono assolutamente tutte le volte che mi chiedo “come mi sento?”. Non siamo proprio educati ad ascoltarci né allenati a chiederci dove siamo – dove siamo finiti, varrebbe a dire – mentre gli altri ci raccontano qualcosa, vuotando un barile di aspettative, storie vissute, dolori personali.

Il pavimento accoglie sempre i miei nervosi giri intorno allo stesso punto immaginario e mentre ricostruisco il mio risveglio sono qua a guardarmi ancora i piedi pensando a chi all’amore darebbe questa breve descrizione “quando penso a te, penso ai miei piedi”, come a dire che c’è bisogno di concretezza, di progettualità – una credibile – e di non partire per la tangente. C’è bisogno che due persone insieme non portino tutto il peso su un piatto solo, che a reggere ponti e tetti e a tenere tesi i fili siano entrambe, che avrebbe senso e sarebbe logico che i poli opposti si continuassero ad attrarre ma che sarebbe in realtà sopra di molte spanne essere felici e basta, senza controllare il perché di quella felicità.

In verità io quando penso a te mi fa male la pancia, un colpetto raggiunge quel cuore piccolo dentro alla gabbia toracica, le mie mani si fanno inesperte come le altre parti di me, e sono tutta un piangere e un non capire dove sono. Allora non parlo d’amore perché non mi piace far finta di credere in cose lette solo di sfuggita, che hanno un nome deciso a priori e dissimile dai desideri veri che ho, non mi piace professare senza nemmeno una mano sul cuore e nominarti come una preghiera a labbra socchiuse e assecondando parole ormai automatiche – vorrei essere più automatica di così ma visto che non lo sono tanto vale lamentarmi.

In verità io quando penso a te ho bisogno di imparare da capo a respirare, tracciare di nuovo i miei confini, prendermi cura di quel cuore piccolo che sta a disagio e che si sente un relitto colpito da un’ennesima furiosa ondata, quell’ondata che io stessa sono e che non so affrontare.

Scopri le altre Lettere mai spedite