Cara Moody, sono stanca della gente di provincia!

Insicurezze, amori inquieti, lavori noiosi, relazioni strane, brutta gente: se anche tu hai qualche problemino irrisolto, la soluzione e qui! Moody Jules è tornata sul Comò con la sua posta dei sentimenti e dei tormenti. Oggi Moody risponde a Polemica TQ e alla sua frustrazione per il comportamento dei suoi abitudinari giovani concittadini. Cosa ne penserà Moody?

La lettera

Carissima Moody Jules,
ti sottopongo un dubbio che penso (e mi auguro) sia comune a tanti miei coetanei della nostra graziosa città (Reggio Emilia). Per non far sentire nessuno escluso, consideriamo un campione statistico tra i 25 e 35 anni: millenials, generazione x y z k e tutte le altre lettere del nostro alfabeto un po’ esotiche.

Il popolo reggiano non si può certo definire innovatore: sono ere geologiche che testardo fa la fila per un cocktail in una vietta un po’ losca, poco illuminata e senza neanche un riparo da intemperie o superfici atte ad appoggiare il tanto agognato alcool o solo banalmente il proprio didietro.

Passata la golden hour dell’aperitivo si passa all’orario del pasto: dove si reca il reggiano medio? Negli ultimi anni abbiamo visto proliferare nuovi ristoranti, nuove cucine, nuove idee di cibo: osti che si sono messi in gioco cercando magari di proporre qualcosa di nuovo o anche solamente fare bene il proprio lavoro. Bene. Il reggiano medio non demorde: continua ad andare nei soliti 2 massimo 3 posti da secoli (uno di questi porta in maniera poco originale o forse molto geniale la tipologia di una pasta nel proprio nome).

Per non parlare delle discoteche o per dirla un po’ all’antica, locali da ballo. Su questo fronte bisogna dare atto al povero Tony Manero Reggiano che l’offerta è veramente scarsa, per non dire inesistente.

Il quadro non è dei migliori. Il ritratto sopra riportato sembra davvero quello della trida, piatta vita di provincia di cui si legge su tanti libri.

Ma se si fa un’analisi più approfondita ci si rende conto che non è così.

Wine bar, sfere poké, vinerie, zupperie, caffè letterari, concerti, ristoranti: possibilità diverse esistono. Ma no, il prode reggiano continua a pascolare cocciutamente attorno alla piazza che ricorda la scacchiera, e poco più.

Per quale motivo però, invece che lamentarsi della poca offerta, del “non c’è mai nulla da fare”, del “si, è un posto nuovo ma non ci sarà nessuno”, non si lancia? Per quale ragione non fa un atto di coraggio, radical chic, di rottura, quasi anarchico abbandonando la sua confort zone e anche un po’ della sua tediosissima spocchia, per provare nuovi locali?

In sintesi perchè il reggiano medio si ostina a frequentare i soliti 750 metri lineari senza però spegnere la solita noiosissima litania del #AREGGIONONCEMAINULLADINUOVODAFARE?

Spero tu mi possa illuminare.

Polemica TQ

La risposta di Moody

Mia brillante Polemica TQ,
che bello leggere di qualcuno che affronta la realtà con spirito d’osservazione. La tua non è una polemica sterile e, permettimi di aggiungere, di questi tempi è praticamente un miracolo.

Peraltro quello che riporti tu è un paradigma applicabile in molti settori, quasi tutti a dire il vero, ma tu – intelligentemente – hai scelto il preferito di sempre: magnêr e bèver.

Anch’io, come te, mi sono soffermata sulla questione e ne ho tratto una conclusione che potrà sembrare semplice, ma a mio parere racchiude in sé tutti i nodi dell’esagono del centro storico. La chiamerò la filosofia della ‘Wannabe Metropoli’. Quest’ultimo è un modo di agire e pensare che credo descriva la nostra città da sempre. Un pendolo tra la grande città e il paese di provincia, nel tentativo di tenere il piede in due scarpe. A volte vincente, a volte meno: comunque non ci fermiamo mai.

Ci sentiamo una piccola Bologna, a volte spariamo alto con Milano ma in rare occasioni. Ci piace l’idea di essere una città ‘a misura d’uomo’ e progressista tanto quanto il capoluogo, ma al contempo respiriamo sottotono un senso di allucinante inadeguatezza.

Sbanderiamo tanto di essere la città del Tricolore, ma abbiamo mai provato a dirlo in giro ai non-reggiani? Chi lo sapeva, prima che glielo facessimo presente noi? Allegato a questo desiderio di sfondare, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: quella che tu chiami ‘trida, piatta vita di provincia di cui si legge su tanti libri’. Il problema per me non è tanto che sia trida, quanto che sia sui libri. O meglio, che i reggiani si sentano realmente dentro la storia di un libro, senza preoccuparsi di quali reali aspetti positivi racchiuda in sé la vita di provincia. Se poi non ti piace, per carità, ma almeno vivila per quello che è.

Prima del concerto di Cosmo alla festa dell’unità – altro mondo a parte dove certe dinamiche vengono a galla, su cui non mi soffermerò se non citando i fantomatici ‘fuochi d’artificio’ – ho letto un’intervista (te la lascio qui) in cui l’artista piemontese parlava dei ragazzi di provincia. «Hanno fame di novità – dice -, c’è una noia sana che si traduce in una curiosità forse naïf ma genuina, poco poser. Ecco, qui non ci sono i poser». Ora quella noia sana, quella fame autentica, io non la vedo nel ricercare il cocktail o l’impiattamento sempre nei soliti metri quadrati. La si rifiuta, in cerca di un modello più cittadino da emulare, pur senza voler perdere la spensieratezza e la ‘faccia di bronzo’ provinciale. In un costante stato di, appunto, ‘Wannabe Metropoli’.

Mi auguro che la mia teoria così, su due piedi, ti sia d’aiuto!

Un saluto
Moody Jules

Gente di provincia Comò Mag.

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