Cara nube inquieta che sei primavera | Lettere mai spedite

Vivere con dignità, morire con dignità, fiorire in libertà.

Questa è la storia di te che non esisti nell’assenza, cara nube inquieta; ma è anche la storia di te che esisti nella libertà, dopo la morte – la morte di te, la morte del giorno, della notte, dei diari di carta, delle siepi di oleandri morte nel farsi spartitraffico, dei desideri che di me hai sempre avuto e che sono morti ancora prima, insieme al mio ricordo.

Non è un tempo preciso quello da cui ti scrivo, ma in compenso è da un luogo molto definito –  direi quasi inscatolabile – che comincio a immaginarti e confezionarti insieme a queste parole, per definirti con la lingua senza afferrarti con le mani – che se ti afferrassi, ne sono certa, scompariresti.

Il luogo in cui questa lettera sta nascendo è fatto di quattro mura storte – storte da sempre – di magnolie che fioriranno tra qualche giorno e di qualche albero di tiglio un po’ più lontano; è fatto di linee che non vanno da nessuna parte e di pezzi di giornale tagliati male e appicciati al muro. In mezzo c’è un letto grande, sopra ci siamo io e un’altra persona. Noi siamo lontane abbastanza ma vicinissime in una cosa molto chiara a entrambe: la riconoscenza. È anche a te che siamo riconoscenti. Questo luogo è anche fatto – ma me ne rendo conto solo ora – di sogni che non s’infiacchiscono nemmeno all’ombra di questi sei anni passati, di questa tempesta di morte e di morti nella nostra storia, di questo incendio appiccato nel mezzo del nostro futuro.

E il tempo, come vedi, man mano si definisce mentre descrivo il luogo: sono in questa stanza, adesso, all’inizio di questa primavera – la seconda che si guarda da una stanza – e tu, cara nube inquieta, sei questa lettera in tutta la tua primavera e sei in questa lettera con tutta la tua primavera e sei, in questo preciso istante, la primavera.

E ti dico inquieta perché in te lo sono io stessa quando risboccio e ho paura di perdere l’equilibrio ma anche perché la tua incertezza e i tuoi ritardi ostruiscono il naturale flusso della quotidianità che, con i tuoi pollini e per colpa dei tuoi ritorni, grazie ai tuoi odori e al tuo caldo improvviso, è compromesso. Perché io, come l’inverno, mi inchino al tuo cospetto e non c’è impegno che tenga: chi rinuncerebbe a una giornata di sole?

Ho passato tutti gli anni che ho a fare della mia vita una vigilia, sempre in attesa del tuo arrivo, convinta che sia puntuale, entro i tuoi confini, l’accadimento di qualcosa di determinante. Convinta pure che sia quasi naturale che mentre tu esisti e ricopri marzo, aprile, maggio e giugno, si convoglino in te un numero incalcolabile di momenti di elettricità.

Io e Marta chiamavamo elettriche le sere che, con qualche canzone che ci girava in testa, con qualche album che ci piaceva, con la luna nel punto giusto del cielo e del suo ciclo, ci pareva che dovesse succedere qualcosa di magico da un momento all’altro o che ci fosse in noi della magia. Erano – sono – le sere in cui potresti usare senza paura la citazione “scrivimi di notte svegliami”, così, brutale e senza virgole. Perché, a guardare bene, le virgole potrebbero stare in posti diversi senza cambiare niente o cambiando ogni cosa, ma sarebbe comunque una frase magica, non credi?

Elettricità era la parola giusta per definire la voglia che avevamo di cambiare le nostre vite entrando l’una nell’altra, entrando in te che nascevi e fremevi, nube inquieta eterna primavera. Elettricità era la condizione più rara di un anno e al tempo stesso in te la più facile da vivere. E maggio incalzava spingendoci dentro ai nostri desideri veri, ci faceva sporgere sui miradouri, ci faceva sporcare le mani con i gelsi rigorosamente rossi, ci faceva godere della bellezza dei nostri paesaggi interiori e ci faceva leggere più velocemente perché leggere poesia, in tempi d’elettricità, è come mangiare con fame ma anche come trovare risposte in ogni riga.

E in quelle tue giornate di elettricità, ma soprattutto sul finire della sera, poteva succedere molto dentro di noi e potevamo trovare la spinta per creare altrettanto molto intorno. Per la nostra stagione che stava nei tuoi imprecisi bordi, non c’erano frontiere tra noi e i nostri sogni: potevamo qualsiasi cosa.

Dal cassetto delle lettere e poesie