Cara mia tempesta, vertigine e valanga – del fare cose assolutamente vere | Lettere mai spedite

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Cara mia tempesta, vertigine e valanga,
forza scardinante di inspiegabile natura, ti scrivo, ancora.

Ti scrivo perché non so come si fa a fare bene ogni cosa, allora faccio l’unica cosa che so fare bene – che ragionevolmente credo di poter fare bene, non fosse altro per tutto il tempo che è passato dalla prima volta che l’ho fatta. Insomma, scrivo. Io che potrei dire la tua frase rovesciata “sono un fenomeno nella comunicazione”, ma che comunque non riesco sempre a salvaguardare il canale dalle interferenze, e che non sempre so, dei tempi e dei modi giusti, la direzione.

Non è che voglia scusarmi di inciampi e capriole finite male, non solo è superfluo ma è pure senza dignità che si chiede scusa troppe volte per cose che hanno molti nomi, e questa non è la mia storia: perché, come dico spesso, non serve dare nomi alle cose.

Scrivo in un malfatto autunno che di autunnale ha la pioggia e le abitudini: nonostante la baraonda di domande e di dubbi fuori dal mio nido, qua dentro la vita continua in foglie che cadono prendendo i colori che mi raccontavano quando frequentavo la scuola elementare. Sì, la vita continua con caffè seduti al Piccolo dove “cose che avevo de-scritto di te” diventa un ritornello e sembra una canzone di tempi di cui avere nostalgia, tempi da invocare perché aderenti alle nostre intenzioni, traduzione in stagione dei nostri desideri – quelli veri, dei momenti in cui la paura è meno importante delle altre cose.

Avresti saputo due anni fa che settembre è la nuova primavera? Io avrei scommesso tutto sull’inestinguibile forza primaverile della primavera stessa, ma se riprendo questa lettera lasciata a metà oggi, con un balzo lungo che tuttavia non cambia la fisionomia e la temperatura del momento da cui ti scrivo, evidentemente aprile è il nuovo ottobre. Ti sarai persa 4 righe fa, quando il mio periodare è diventato complicato – gratuitamente, penserai – ma in verità è scrivere che conta più di leggere in questo giorno qualsiasi in cui, dopo tanto tempo, proprio non so cosa tu stia facendo.

Intendo dire che se ho rotto il nostro chiasso col silenzio forse significa che un paio di cose le ho imparate sul mio bene, che insomma non avrebbe senso insistere nel tentativo di farmi capire da te, perché io non posso parlare la tua lingua e tu non puoi imparare a forza la mia. Siamo diverse e la nostra è una diversità complicata, spesso una diversità dalle tinte forti, spesso un vuoto incolmabile tra le nostre storie, altre volte ci pare sia una diversità che non conta niente se non in senso positivo, quando sprigiona il suo potenziale arricchente per entrambe e quando sembra un’unità di misura da lasciare alle persone pragmatiche e solitamente infelici.

In fondo, poi, quanti di noi possono contare nella loro esperienza più di un amore irrazionale e completamente nuovo? Un amore di quelli che vorresti riprendere da ogni angolo, per ricordarlo e riraccontarlo, per impararlo a memoria e farlo diventare pellicola, capitolo quarto, diesis e bemolle in chiave di basso.

Cara mia tempesta che non sai niente del mio sognare perché hai smesso di sognare, oggi che è aprile vorrei cantarti una canzone e con una canzone ricordarti altre mie lettere ma soprattutto altre mie vette: tra queste, le più alte sono sempre state quelle che battezzavo con la cantilena di cui pochi sanno la storia – che io pure mi son scordata – “nella vita non voglio fare niente che non sia assolutamente vero”.

Ed ecco, ho fatto molte cose fino ad oggi, così tante che mi sembrano un elenco che non avrei mai previsto così ricco quando stavo per cominciare a vivere davvero. Ho fatto molte cose e alcune di queste sono deprecabili sul piano morale, – quella morale che mi tocca a giorni alterni e che comunque non dovrebbe interessarmi – altre sono da contestualizzare, come direi con eleganza se me lo chiedesse qualcuno, altre ancora sono da ammirare – una pratica tutta tua ultimamente, che mi dici ispirante ma non mi graffi la schiena e non mi stringi le costole – altre sono cose su cui farsi un’opinione sarebbe tempo sprecato, ed altre infine sono senza amore ma di molta bellezza.

E così sia, se vorrai: facciamo lo sforzo di ricordare la vertigine che sei e che siamo state, cerchiamo di immaginare quanto ancora lo sguardo può cedere e quanto libere sono le nostre gambe di correre e i nostri sogni di essere sognati, facciamo rifiatare il cuore e con amorevolezza e coraggio guardiamo la candela e osserviamo il lato da cui brucia e quello da cui si consuma. Tempesta, vertigine e valanga, che senza temporali ma con tanta irrequietezza ti scaraventi a me per paura del silenzio, capiamo in virtù di tutto l’amore fatto insieme se è anche questa, la nostra storia, la nostra trama, la nostra bacinella di miracoli, oggi, una cosa assolutamente vera.

Vertigine piedi nel vuoto copertina Comò Mag.

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