“Cari incerti, dell’imparare la pazienza” | Lettere mai spedite

Cari incerti,
vi racconto del modificarsi dei tempi, dell’imprecisabile momento in cui dal tutto si approda al niente e della circonferenza che, attraversata da un diametro severissimo, ha accolto l’amore impazzito, la guerra scoppiata e i chiodi scivolati da dietro le cornici o dai buchi dentro ai muri.

Quasi nessuno può dire con sicurezza cose brillanti, è un privilegio concesso solo ai genitori e persino loro ne godono solo per una fase della vita dei figli. Invincibili non lo si è se non nei sogni e dentro agli occhi di chi ci mette le nuvole in testa, di chi nei ricordi ci fa sorridenti del nostro sorriso migliore e di chi generosamente ci osserva mettendoci sotto al riflettore della luce più adatta. Questa volta poche verità e come sempre disordinate: non esiste una medicina per la paura, esistono palliativi per la mancanza di sonno, per la tachicardia e per i mal di testa. Esistono fasciature e gessi per gambe che si rompono e antinfiammatori per dolori forti in fase di convalescenza. Non esiste il “qui e adesso”, esiste il tempo che naturalmente serve alle cose per esistere, muoversi e cambiare come tutto ciò che è vita e che contiene vita, persino il dolore. Quanti piedi sbattuti per terra e quanti capricci fatti a voce alta per dire solo “qui e adesso”, quando poi sarebbe bastato smettere di pregare per la fine dell’estate e scoprire empiricamente il potere lenitivo delle onde, dei piaceri delle tempeste, delle proprietà cicatrizzanti del sale che sta nel mare e di quello che sta nel sudore. A volte ci sembra di sbagliare ma non è così che si aspetta il giorno di festa.

Ma mentre neghiamo nella nostra esperienza del lutto dovremmo pensare a riordinare nella nostra mente tutto ciò che è capitato, dallo slancio alla caduta, dalla rottura dell’ingranaggio alla perdita definitiva di chi credevamo potesse appartenerci a tempo indeterminato. Il problema sta nel pensare indeterminati i tempi, vivendo come se tutto potesse capitarci due volte oppure come se ciò che ci è capitato potesse dilatarsi all’infinito e noi potessimo vivere per sempre. È un fascino quasi inesauribile quello delle metafore dei treni che non ripassano e quello dei ritornelli che picchiano a tamburo con “ogni lasciata è persa”. È tutto vero e il sapore delle cose è più intenso e deciso quando sappiamo che potrebbero non tornare, che potremmo non avere il privilegio di riassaggiarle. Ancora più intenso è poterne scrivere, ma non sempre è tempo di posa. Ogni tanto ci deve essere spazio per la rabbia, per i pugni piantati in mezzo ai muri o dritti sulle nostre stesse ginocchia, bisogna potersi sprigionare, gridare in stanze di ira fatte a posta per il nostro dolore e ruggire più forte possibile, essere sinceramente offesi e risentiti al punto da concedersi il lusso di sbattere le porte e farsi rodere l’intestino, farsi venire il mal di gola. Ma viva il pentirsi, perché c’è tempo anche per quello.

C’è tempo per ritrattare, a gambe incrociate, a ginocchia strofinanti il pavimento, il brecciolino, la sabbia, la terra rovente del nostro inferno, c’è tempo per dire: se tu torni io ti giuro che sarà diverso, se ripassi per l’ingresso io non ti farò martire e ti farò regina, re, sovraneggiante, vincitrice della mia colpevolezza. C’è tempo per dire che ci saranno domeniche dolci, fatte di caffè portati a letto e di ritorni possibili, resi possibili dalla presenza, quella che ti prometto, quella che ti ho negato e che rimpiango, perché se ora io ti avessi, se io ti potessi dare un bacio sarebbe il più lungo di sempre e pregherei di fare andare in vacca la quotidianità con tutto il suo rumore e le cose a te collaterali che non mi interessano, e ogni gradino non sarebbe il vuoto ma la prontezza, ad ogni appello sarebbe un grido “io ci sono!”.

E infine, mentre l’acqua già bolle e abbiamo scelto la trafila di pasta che mette d’accordo tutti, sbattiamo le uova nella loro giusta quantità, accettiamo che non è domenica, accettiamo l’inverno in tutti i suoi sintomi e lo spazio vuoto dall’altra parte del letto, ora pieno di viaggio e impermeabile al rimpianto, abituata alle trattative e pure ai pugni. Facciamo un passo alla volta la ricetta, con l’eventualità già contemplata di bruciare la base della torta. Tornare indietro e andare avanti, accettare che tutto sia possibile, anche risvegliarsi, anche vedere la scritta “exit”, anche la ricaduta nella guarigione e la liberazione delle molte parole che messe insieme non hanno senso ma che nel nostro lutto hanno significato.

Cari incerti, le stagionalità della frutta ci impone l’attesa ma noi testardi abbiamo creato un mondo che ci offre ogni cosa ci passi per la testa, in ogni parte del mondo, in ciascun momento del viaggio del sole e della terra.

Cari incerti, non è tempo di fragole, reimparate la pazienza: mangiate le arance.

Vostra sempre,
e molto incerta

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