“Cari viaggiatori, del coraggio di viaggiare” | Lettere mai spedite

Cari viaggiatori,
vorrei avere pronta per le vostre buchette e per i vostri comodini, per i vostri libri un po’ rovinati e i vostri cassetti segreti, una lettera completa e fatta con il linguaggio più scelto di tutti. Se la stessi già scrivendo, cercherei nelle parole di un altro per copiare quelle migliori: nessuno ha il coraggio di dirlo ma è così che fanno i più umili scrittori. Non è un fatto di plagio, ma di ispirazione.

Ad esempio voi, cari viaggiatori, non esistete nel mio adesso eppure io vi rubo all’immagine comune che di voi si ha, all’idea nobile che rappresentate col vostro viaggiare.

Ecco che la mia pagina bianca per voi, diventa quasi lettera – magari per adesso è solamente una specie di bigliettino di auguri o un post-it fitto di parole, di quelli che qualcuno prima di andare ci lascia sullo specchio o sul cuscino. E quasi facevo finta di dimenticarmi che siete voi, invece, quelli che vanno.

In effetti questa lettera è per voi che avete il coraggio di partire anche quando non cambiate codice di avviamento postale oppure per voi che andavate anche quando i soldi non bastavano nemmeno a sognare – perché avete avuto perlomeno il coraggio di sognare male. Diciamo che di low cost in certi viaggi non c’è proprio nulla al di fuori delle cose che si possono percepire con tutti i sensi, ed è per questo che parlo a voi che fate mutui trentennali per arrivare magari ad aprire con le chiavi di riserva il magazzino dietro l’ufficio, e per voi che avete percorso il vostro corpo con la vostra mente e attraversato i vostri giorni più antichi solo accettando la violenza degli odori – quando sono le magnolie, quando sono quella boccetta ancora piena di profumo nell’armadio, sotto lenzuola e cambi di stagione.

So che sul bianco certe cose risaltano più che su altri colori, come questo geko piccolino che cammina sul muro del giardino davanti ai nostri occhi, che si ferma nel mezzo – come se sapesse di essere esattamente al 50 di una scala che arriva a 100 – e che si sente quasi osservato. Così, errori, ribaltamenti e sciabordii si sentono più chiari nel silenzio e sembrano quasi colpe. Eppure serve il bianco per comprendere il nero e un azzeramento di tutti i valori per capire che i numeri esistono solo se t’importa contare o avere a che fare con la matematica, la contabilità e gli anniversari di matrimonio.

E allora ecco che a cosa possa essere sbagliato ci pensa quello che ha deciso cosa è assolutamente giusto – e con assolutamente intendo proprio in assoluto – ma nel mio mondo e in questa lettera che è tutto il mio mondo si parla la lingua della geografia che si sta esplorando, e allora ho deciso che chiamerò gli errori in altro modo, quello che mi passa meglio per le mani.

Non avreste detto che eravamo, noi viaggiatori, tutti colpevoli, se aveste saputo che stavamo viaggiando. E infatti la sera che tornando a casa mi chiedevo in quale casa tornare, l’energia perversa del caso mi portò agli occhi di qualcuno che era più in grado di me di dire che mi sentiva come se stessi correndo – e in effetti correvo – e che mi sentiva forte, che nell’anno che era appena trascorso, pensandomi aveva pensato alla battaglia che ciascuno di noi combatte. “Spero tu stia vincendo”, aveva concluso.

In qualche modo, mi sembrò opportuno a quel punto ricominciare a pensare “scusate, devo andare”. Ed è questa anche la vostra storia, cari viaggiatori, di voi che sapete il mare e cercate di spiegarlo a quelli che non lo immaginano nemmeno, di voi che avete il coraggio di essere isole o di provare a diventarlo, di voi che non sapete mai dove avete lasciato il portafogli ma sapete cosa dire in merito all’avvicinarsi delle nuvole, di voi che avete bisogno di vento come io di sale, e del trovare la forza di viaggiare.

E non posso fare a meno di raccontare che ci sono anche gomitoli e camini, giorni di festa e santi da onorare, e un rauco ma caustico richiamo delle radici e tutte le cose che non abbiamo il coraggio di sottolineare. Perché per viaggiare si mette a rischio non solo il viaggio ma anche l’amore, l’amore scontato di chi da sempre ti ama, l’amore di chi non sapeva di doverti amare ma ha imparato – prima di sapere che viaggiavi – e l’amore di chi pur sapendo che viaggiavi si è sperato disposto a sopportare i tuoi viaggi e pregare per i tuoi ritorni.

Ma le parole che non sappiamo sono come le note per fare buona musica: nessuno sapeva spiegarsi certi cento e certi zero, nessuno saprebbe collocare nell’orecchio i diesis e i bemolle riconoscendoli – nessuno che non scriva per vocazione sugli spartiti, s’intende.

E’ in questo vortice di metafore, cari viaggiatori, che vi saluto viaggiando ancora, e con la paura sempre in seno di non essere capita, di essere socialmente scomoda e disturbante per i sogni che gli altri avevano fatto su di me. E poi malinconicamente felice per quel ritorno che non è mai stato perché il viaggio non è finito, ma anche per le cartoline che mando dai tanti luoghi che non conosco e per l’orizzonte che siete quando accettate che io sia un’isola.

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