“Caro addio che mi dimentico, del non sapere niente” | Lettere mai spedite

Caro addio che mi dimentico,
ho delimitato la tua esistenza e l’esigenza di te all’interno di un cerchio a cui manca un centimetro per chiudersi: tutto sfugge, si rovescia e mi insegue. Basta così poco a pensare “com’è buffa la vita”. Tutti questi anni, penserai, a cercare di pronunciarti, a tracciare una linea ben marcata nella sabbia e poi basta quel centimetro a far dissipare tutto.

I cerchi contengono le cose, ma quello in cui ti delimito non è, evidentemente, un cerchio.

Oggi mi confondo con il caldo che frigge la fascia che porto sulla fronte e potrei perciò scrivere delle cose che non hanno senso o direzione – ma quante direzioni possono prendere, in fondo, gli addii?

Decido tuttavia di cominciare il mio viaggio, nell’inesauribile carisma che tutti gli inizi hanno e con la sensazione di non poter evitare di benedire con le preghiere del cominciare tutte le cose che faccio.

Mi chiedo se è sempre addosso alla mia schiena, su tutta la sua lunghezza, che debbano continuare a passare i cambiamenti climatici e la fissità asciutta dell’indolenza di Mercurio, oppure se esiste un punto di svolta, un giorno in cui non si sarà solo in due mani per raccogliere l’uva, ma ci si moltiplicherà anche solo per portare via tutto il necessario e deliberare “la vendemmia è finita”.

Non so se Mercurio sorride, se pedala o se mastica, non so se mi pensa, – e se mi pensa, cosa pensa? – e non so come fa colazione la mattina, se ha lasciato entrare il sole in quel grande salone vuoto, se ha imparato a finire i libri che comincia, se ha cambiato quartiere e se anche in questo mese caldissimo, come succedeva tempo fa, si vorrebbe strappare la pelle dalle ossa. Non so se poi se pensa alle nuvole o se finalmente ha imparato a farsi delle domande e a salire sui mezzi di trasporto giusti e senza addormentarsi, e che ha riempito il suo letto lo so, ma chi se ne frega. E non so poi se sia per incompetenza che non sa pronunciare parole sue e che non sa bussare ai campanelli – perché, caro addio che mi dimentico, tu lo sai che in certe terre calde del meridione si bussano i campanelli – e se i viaggi li immagina solo per raccontarli o anche per farli. Non so invece se poi è una banalità quella che devo scoprire: Mercurio, in fondo, potrebbe essere semplicemente scemo, o malizioso, o una persona peggiore di quello che pensavo. Oppure, con ancora il beneficio che la mia bontà richiede, potrebbe essere l’esempio vivente di quella tristissima verità per cui anche le persone buone fanno cose cattive.

Insomma, non fa niente, ricomincio sempre da dove posso e con la testa che ribolle ancora come le anime di quelli che mi aspettano e come le pagine che lascio ingiallire quando mi dimentico un libro aperto appena fuori dall’ombrellone – e ho finito le scuse, semplicemente non ho voglia di leggere.

E noi invece, io e Mercurio, ci manchiamo per poco o ci cerchiamo per sempre?

Io di domande ne faccio poche, a qualcuno sembra che le mie non siano legittime o che magari sia il mio ruolo che rende meno legittimo il dubbio. E invece, caro addio, vorrei non sapere niente, perché ora mi sdraio al sole a pancia gonfia con un cane che allegro mi affonda gli artigli nelle cosce, con l’appennino da qualche parte all’orizzonte e buche ai bordi delle strade, le ginocchia levigate dalla bella stagione e tappe obbligatorie da fare per assistere ai miracoli che può offrire la geografia di un corpo che freme e che esplode. E sono circondata da amore, quello che non so applicare e che quindi so insegnare, quello che non consola ma che affama e quello che meglio, rotolando, so fare. In una vita in cui tutto sta scorrendo ed è da un anno che siamo diventati grandi, mi arrivano alla porta silenzio e pace, ma io avrei preferito la guerra. Forse per questo mastico, sputo e libero il mio corpo dalla notte, muovo nell’aria le caviglie e accetto di non poter prevedere niente ma di scoprire che quell’azione quotidiana che mi sarei potuta dimenticare di fare prima di versare il the sul tavolo, magari mi sconvolge la vita.

Insomma, tornando sui passi che ho già percorso concludo questa lettera senza capo né coda dicendo solo: Addio.

Addio che ti dovevo dire da un po’. Poi mi dimentico sempre e mi do ultimatum continuamente, in un giorno è passato un altro anno. E allora si va sul finire, è improponibile un rimedio, sono rimasta fino alla fine della festa a rompermi il cazzo, dimenticandomi di volare, tanto che ero preoccupata del suo volo. Anime vere di altre terre dicono che io sono il nome con cui Mercurio chiama le cose di cui ha bisogno, e che ha fallito di nuovo perché io mi sono attaccata al suo bene e il veleno ci ha corrosi. Non puoi trovare soluzioni al tempo che passa, al giorno che ti svegli ed è troppo tardi, semplicemente “tesoro, le tue ali servono a far volare te, non le altre persone”. E quindi è finita, dicevamo. Mi dimentico sempre di dirlo.

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