“Caro fiore amaro – del tuo sincero bocciolo” | Lettere mai spedite

Caro fiore amaro,
ho pensato di definirti così mentre ti scrivo non avendo la minima idea di cosa sei adesso. Ho messo insieme il sapore che mi fa pensare a te e la forma a cui somigli nei miei pensieri da quando la prima volta ho messo in fila due parole a te ispirate.

Non so cosa sei ed è quel che mi merito, perché la mia missione di isola è quella di non fare aggrappare nessuno alle mie spiagge e respingere persino l’ombra degli uomini che vorrebbero afferrare le mie costole.

Non so cosa sei perché in fondo non è mai stato importante nemmeno dove sei, perché in quello scegliersi senza tempo e senza spazio, restano solo le cose davvero utili: ho inteso la tua natura, ho accarezzato la tua anima, ho rispettato il tuo severo silenzio, ho lasciato la stazione perché tu potessi prendere altri treni. 

Chi se ne frega del tuo indirizzo, delle rose del tuo dicembre, dell’odore della tua bocca. Tutte le foglie cadono in momenti diversi dell’anno: me lo ha insegnato l’esperienza che mi sembra di avere più larga della tua, anche se lunga uguale. 

Chi se ne frega se giugno, luglio e agosto si vestono d’autunno e sprigionano venti scassinanti: io delle stagioni amo la naturalezza con cui accadono senza puntualità e senza copione, e non mi fa schifo che certi fiori appassiscano anche al riparo dal sole, perché io pure sono appassita, bruciata dal primo del mese nell’ultimo giorno bollente dell’anno.

Ma tu, caro fiore, che sei di roccia perché sei calcareo e sei morbido come grafite, perché ascolti tutte le parole delle persone e entri nei vestiti di tutti, pure quando sono stretti, non hai bisogno di mostrarmi i denti, di sbarrare le fauci, di ricordarmi che sai come si usano le unghie: io voglio bene alla tua fragilità, forte come l’acciaio e riflettente, fatta di ossa strette e spigolose, fatta di rami e corteccia.

Oggi penso alla tua terapia che non è malattia; è una valanga quella da cui ti proteggi nella tua serra, dove respiri solo il tuo respiro e rispetti il silenzio e la necessità di tempo e sale per i solchi sulla tua pelle dura, tutti solchi che le mie spiagge fanno ai passanti, perché son spiagge di sassi e spiagge nere, un po’ come se io fossi terreno vulcanico.

Tu che sei un fiore amaro che sa trattenere le lacrime, oggi, nella tua serra, puoi imparare il linguaggio di un mondo più salubre e insensato, un mondo in cui puoi piangere senza avere paura, in cui puoi piangere per un motivo vero o per tutti, senza paura di dire “voglio”, senza paura di desiderare. Dalla mia riva, nera, pietrosa e solitaria, ti mando i saluti che si danno ai marinai – quelli che non tornano col pane ma che si portano in grembo l’avventura. Ti mando uno sguardo d’intesa che significhi che, nello spazio che naturalmente ha creato la nostra somigliante non paura della morte e la nostra somigliante notte negli occhi, io ci sono e credo nel tuo bocciolo. Credo nella sua testa sporta in avanti, nella sua coda tra le gambe, nel terriccio umido che lo nutre e in tutte le forme di cibo di cui ha bisogno per crescere.

Ma credo nel crescere bene del tuo bocciolo, che sia sincero come le guerre che risparmia a questo tempo che di guerre è già troppo pieno, che sia onesto come la franchezza delle mie coste che non vogliono radici altrui, che non vogliono rancori, che non chiedono indietro rimpianti e che dicono ad alta voce “andatevene”.

Caro fiore amaro, sii fedele al tuo sentire, al tuo cielo grigio anziché al mio, al tuo sguardo contraddittorio e a quello che meglio ti fa stare nel cuore del tuo tempo di terapia, e consuma questa lettera come si consumano gli addii – prima violenti e goffi e poi articolati e lenti. E ricordati di come sei amaro, e ricordati di come sono sola, e tieni a mente sempre che di tutte le cose che il mondo professa di sapere, l’unica cosa vera è che ci sono molte verità.

Mai stata qui,
mai stata doppia, 
stella di rame

“Caro fiore amaro” | Lettere mai spedite

Scopri le altre lettere mai spedite

Lascia un commento