“Caro fratello, nelle mie eterne figure retoriche” | Lettere mai spedite

Caro fratello,
questa lettera la scrivo subito, prima di dimenticarmi per la seconda volta – intendo, prima di dimenticarmi di me stessa e non di dimenticarmi di dover compiere l’azione dello scriverti –  e prima che la settimana finisca esaurendosi nella sua fretta. Penso proprio a questo e di questo ti vorrei parlare, della fretta. Tu dici che certe stagioni sono rapide a finire come la cera di una candela molto corta e stretta: la fiamma la divora talmente velocemente lo stoppino che pare di avere in mano un fiammifero. Ma io non credo. Io dico forte che ti sbagli. L’ho scritto in tutti i miei libri che non è vero. L’ho recitato in moltissime rime e persino – ne sono sicura – fatto entrare a mo’ di cantilena nelle mie altre lettere di ieri, piene di immagini e di finali incontrollabili.

Quello che intendo dire è che di fiori che seccano siamo tutti pieni per qualche motivo – tipo il fatto che a staccarli dal terreno devono per forza, a un certo punto, cedere al tempo – ma nessuno pensa siano ingannevoli o peggio ancora essi stessi un inganno. Ma soprattutto alcuni di noi, quelli un po’ malinconici oppure quelli con qualche feticismo per la morte o per il passato (vedi me, ad esempio) sono pieni di reliquie di quello che quei fiori sono stati. A me sembra giusto immaginare che il modo in cui questi regali disinteressati della natura decidono di lasciarci le penne, sia uguale al ciclo vitale infinito di certe storie che abbiamo vissuto, che pur finendo restano prendendo una forma diversa e un nuovo nome, un nuovo non-nome volendo.

Mia mamma e moltissimi altri sanno che amo le rose bianche, che mi sveglio ancora tutti i giorni in un cimitero di rose bianche, che tutti i giorni guardo le spoglie eterne delle mie rose bianche e che le rose mi fanno bianchi gli occhi perché ancora mi incantano, pure da morte, pure da secche e pure con la testa ormai caduta verso il basso. Tu non visiti spesso la mia stanza, ma sicuramente se solletichi la memoria ricorderai che le mie rose con la testa arresa, tutte poggiate in punti diversi, sono bellissime. Belle come quel giorno che il peggio mi sembrò passato e ti ringraziai per la tua eternità e per la tua preziosa assenza, che nel silenzio a volte vuoto della sua necessità, mi aveva stretta al collo e mi aveva fatto capire che dovevo andare, perché bisogna sempre fare le valigie a un certo punto e come dice la mamma – come ragionevolmente dicono tutte le madri un po’ ansiose – “meglio dieci minuti prima che dieci minuti dopo”. 

Le raccomandazioni non servono sempre, e neanche dare le giuste dose d’acqua alle piante, non sempre è sufficiente scegliere il momento della giornata in cui le foglie non si bruciano e nemmeno inclinare le persiane in una maniera tale per cui la luce arriva nella misura giusta sulle foglie. Serve fertilizzante. Non sempre, ma qualche volta sì, per qualche pianta specifica e per le sue radici, e per tutte quelle volte che devo ricordarmi che non sono capace di calcolare matematicamente i rischi di ogni cosa, che non posso controllare tutto e che la mania di avvitarmi è simpatica da raccontare ma non deve diventare la mia casa.

Qualche volta abbiamo abitato insieme i nostri cieli grigi, a volte siamo stati spietati l’uno con l’altra, violenti a dire pochissimo, siamo stati capaci di fracassarci le teste picchiandoci, capaci di disegnarci col fuoco le cicatrici che abbiamo adesso, capaci pure di aspettarci a vicenda, nei nostri tempi così diversi e nei nostri silenzi dal significato profondamente dissomigliante. Ma oggi ti scrivo, per mescolarti ai miei altri ricordi e alle altre magie che ho voluto eterne perché irrintracciabile era il punto della loro fine e perché a che serve finire?

In un sentito e pacato saluto ti lascio alle ultime parole di questa stagione freddissima e ti chiedo di cercarmi ancora nelle cose, dove è impossibile frenare la forza della nostra infinita infanzia.

Tua,
eternamente nelle mie metafore

Caro fratello Lettere mai spedite Comò Mag.

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